Mine Vaganti
La
famiglia Cantone è proprietaria di uno dei più importanti pastifici
del Salento. La nonna aprì l'azienda assieme al cognato, di cui è
stata segretamente innamorata per tutta la vita, e ora quegli impulsi
sopiti ricadono sulle abitudini di una famiglia schiava del
perbenismo alto-borghese. Il rientro a casa del rampollo più giovane
Tommaso, trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, è il
momento per la famiglia di sancire ufficialmente il passaggio della
gestione aziendale ai due figli maschi. Tommaso è pronto a
sconvolgere i piani del pater familias dichiarando apertamente la
propria omosessualità e il desiderio di seguire aspirazioni
letterarie, ma durante la cena ufficiale per festeggiare il nuovo
corso aziendale, viene anticipato dal fratello maggiore Antonio che,
dopo tanti anni di fedele servizio agli affari di famiglia, si
dichiara omosessuale prima di lui e viene per questo espulso dalla
casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere
definitivamente l'orgoglio del padre, già colto da un collasso al
momento della rivelazione, a Tommaso non resta altro che dissimulare
le proprie preferenze sessuali e assecondare momentaneamente gli
oneri familiari. Di
Edoardo Becattini - MYmovies.it
Oggi al cinema
| TITOLO | CINEMA | ORARI |
|---|---|---|
| Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso |
Stardust Village |
15:30 17:50 20:20 22:30 |
Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora
Commedia generazionale "da manuale" Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso |
Galaxy UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Parco Leonardo Atlantic Antares Ciak Reale Broadway Cineland Savoy Adriano Jolly Andromeda Royal Madison Gregory Uci Cinemas Marconi UGC Ciné Cité Porta di Roma Warner Village Moderno - The Space Cinema Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Starplex Ambassade Lux Multiscreen Planet Multicinema Multiplex La Galleria Alfellini Odeon Multiscreen Augustus Multisala Politeama Cynthianum Barberini Trianon Doria Cineplex Feronia Astoria Ariston |
16:00 18:10 20:20 22:30 15:00 17:30 19:50 22:10 16:50 19:10 21:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:00 16:00 17:30 18:30 20:00 21:00 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 15:30 17:45 20:30 22:50 15:45 18:00 20:15 22:30 16:00 18:20 20:30 22:40 15:30 17:50 20:10 16:00 18:20 20:50 22:50 15:30 17:50 20:10 22:30 18:30 21:30 16:35 18:55 21:15 17:15 19:35 21:55 17:00 19:50 22:20 15:45 18:00 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:50 18:00 20:45 22:45 16:00 18:10 20:30 22:40 20:30 22:30 17:00 20:00 22:30 15:45 17:50 20:30 22:45 20:15 22:30 16:00, 18:10, 20:20, 22:30 17:30 11:00 14:00 16:10 18:15 20:30 22:45 16:00 18:10 20:20 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 17:30 20:00 22:30 16:30 18:30 20:30 16:00 18:10 20:15 22:30 |
Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora
Commedia generazionale "da manuale" Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Alice in Wonderland |
Ariston Planet Multicinema Galaxy Doria Antares Embassy Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Metropolitan Multisala Nuovo Cinema Aquila Warner Village Moderno - The Space Cinema Trianon Lux Multiscreen UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Parco Leonardo Madison Vis Pathè Vis Pathè Vis Pathè UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Parco Leonardo Atlantic Maestoso Moderno Multisala Uci Cinemas Marconi Starplex Barberini Jolly Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Broadway Stardust Village Adriano Barberini Sala Troisi Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Politeama Adriano Cineplex Feronia Europa Lido Multisala Giuseppetti Odeon Multiscreen Augustus Multisala Starplex Mancini Multiplex La Galleria Alfellini Uci Cinemas Marconi Cynthianum Andromeda Cineplex Feronia Cineland Moderno |
16:10 18:15 20:20 22:30 16:00 16:30 18:10 18:40 20:30 20:50 22:40 15:30 17:50 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 15:50 18:20 20:50 Lingua originale 15:45 18:00 20:15 22:30 15:00 17:30 20:00 22:30 Versione 3D: 16:40 19:00 21:20 15:30 17:50 20:10 22:30 15:45 18:00 20:30 22:45 15:20 17:35 20:00 22:15 15:55 18:10 20:25 22:40 15:00 17:00 19:00 21:00 23:00 14:30 17:10 20:00 22:25 15:00 17:30 20:10 22:30 19:30 21:40 14:05 16:20 18:40 21:00 14:20 16:50 19:20 21:50 15:00 17:30 20:00 22:30 15:45 18:00 20:15 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 17:40 15:30 17:45 19:00 20:00 22:25 Lingua originale 13:00 15:45 18:00 20:15 22:30 15:10 17:40 15:00 17:30 20:00 22:30 15:00 16:00 17:20 18:20 19:40 20:40 22:00 23:00 15:50 10:00 11:00 13:15 15:30 15:45 18:00 18:15 20:20 22:45 15:00 17:30 20:00 22:30 Versione 3D: 14:45 17:15 19:45 22:15 16:35 19:05 21:35 Versione 3D: 15:50, 18:05, 20:20, 22:35 15:10 17:40 20:10 22:30 17:30 20:00 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 17:00 19:00 21:00 15:45 18:00 20:30 22:45 16:00 18:10 16:00 18:15 16:00 18:00 20:00 22:00 16:30 18:30 20:30 22:30 17:00 20:00 22:30 Versione 3D: 17:30 20:00 22:30 17:30 20:00 22:30 15:45 18:00 20:20 22:40 16:15 18:45 21:15 15:30 16:00 17:50 18:20 20:10 21:00 22:30 16.30 - 19.00 - 21.30 |
Un film di Tim Burton, con: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway, Stephen Fry, Christopher Lee, Michael Sheen, Alan Rickman, Matt Lucas, Timothy Spall, Barbara Windsor, Leo Bill, Paul Whitehouse, Eleanor Gecks, Lucy Davenport, Jessica Oyelowo, Amy Bailey, Arick Salmea, John Surman, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Annalise Basso, Jemma Powell, Frances de la Tour, John Hopkins, Austin James Wolff, Tim Pigott Smith, Geraldine James, Lindsay Duncan, Michael Gough, Noah Taylor
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca. La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere. Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo. E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti. Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il riccio |
Dei Piccoli |
18:35 20:30 22:15 |
Un film di Mona Achache, con: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Solange Le Picard, Jean Luc Porraz, Gisèle Casadesus, Mona Heftre, Achache Samuel, Valérie Karsenti, Stefan Wojtowicz, Sarah Lepicard, Isabelle Sobelmann, Chantal Banlier
Trasposizione "elegante" del riccio della Barbery, elegia della bellezza e dell'ascolto dell'altro Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariRenée è la portinaia di un elegante palazzo parigino, popolato da ricchezza e vacuità. Introversa e scontrosa, dietro la porta e i vetri della sua "cella", pratica la solitudine e la lettura dei classici. Coltissima concierge, appassionata degli amanti di Tolstoj e delle sorelle (Munekata) di Ozu, Renée ha cinquantaquattro anni, un gatto e un segreto doloroso mai rivelato. L'arrivo in rue Manuel di monsieur Ozu, un ricco giapponese dal cuore nobile, e la disarmante intelligenza di Paloma, figlia dodicenne di genitori ottusi, eluderanno le spine e riveleranno "l'eleganza del riccio". Allo stesso modo, la guardiola di Renée diventerà per Kakuro e Paloma luogo di sospensione e altrove in cui riparare e pescare "un sempre nel mai". Perde "l'eleganza" nel titolo e diventa un film il caso letterario del 2007, che vanta ristampe, premi letterari e centinaia di migliaia di copie vendute. Il riccio della debuttante Mona Achache sfida l'immaginario dei lettori, incarnando sullo schermo i personaggi letterari (e amati) di Muriel Barbery e il suo racconto intimo, chiuso in un condominio e in atmosfere di acceso lirismo. La generosità narrativa dell'autrice cede il passo nel film a una sorta di diario intimo simile a quello redatto dalla Paloma letteraria e mutuato in immagini attraverso una vecchia videocamera. La giovane protagonista depone allora penna e calamaio e filma in modo pregnante tutto quello che le rende la vita intollerabile e l'idea del suicidio ammissibile. Ad arginare la sua ossessione e a canalizzare la sua intelligenza, indirizzandola verso una sana realizzazione, saranno la concierge di Josiane Balasko (quella che si nasconde) e il gentiluomo nipponico di Togo Igawa (quello che si dichiara), voci adulte e segnate da ferite profonde che riecheggiano lungo le scale, dentro gli ascensori, dietro alle pareti. Renée e Kakuro insegneranno alla bambina i segreti della vita, attraverso un rapporto pedagogico di continua e affettuosa interrogazione e adottando quella "distanza amorosa" che permette di vedere bene e di prendersi cura dell'altro. Allo stesso modo l'entrata in scena e nella vita ripiegata di Renée dei due eccentrici inquilini disporrà altrimenti la sua esistenza, aprendola finalmente all'azione. Paloma e Kakuro, non soggetti per natura (quella dei bambini) e cultura (quella orientale) a pregiudizi o sovrastrutture, scoprono e danno nuova attenzione alla bellezza di Renée, esplorandone la profondità e l'affettività. Il corpo morbido e abbondante della Balasko diviene il set d'elezione dove la regista francese racconta la parabola malinconica eppure mai completamente disperata di una donna invisibile. L'esordiente Achache coglie il cuore de "L'eleganza del riccio", l'elegia dell'ascolto dell'altro che avvia il dinamismo emozionale e permette la vita, ma anche i suoi limiti, un esasperante esibizionismo culturale e una storia compiaciuta della propria sottigliezza, che confeziona meticolosamente e inverosimilmente "caso", dialoghi e monologhi. Il film come il romanzo rivela magnifici lampi nel grigio, che ci sollevano dalla mediocrità del cinema e delle letteratura contemporanea ma che non bastano a proiettarci al livello delle sue esperienze più dense di significato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| The Hurt Locker |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo Mignon |
17:10 22:10 15:00 17:30 20:00 22:30 |
Un film di Kathryn Bigelow, con: Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty, David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly
Un racconto solido, tra coraggio e alienazione, su quell'immmenso contenitore di alibi che è la guerra Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariI 40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell'esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una "cassetta del dolore", pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno. A distanza di sei anni da K 19, Kathryn Bigelow torna a parlare di guerra e di dipendenza, al confine –già più volte esplorato tra coraggio e alienazione. Il racconto procede dritto e ansiogeno, come la camminata dell'artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; ci sono i crismi del genere – il soldato che ha paura, le scazzottate alcoliche ma ridotti all'osso; e c'è l'eroe, un Davide che affronta il Golia dell'esplosivo a mani nude, del quale siamo portati a pensare che non abbia più niente da perdere, ma è vero il contrario. La Bigelow si è mossa, negli anni, fuori e dentro da Hollywood, ma a nulla varrà cercare in The Hurt Locker la denuncia estrema di Redacted, la messa in discussione di ciò che guardiamo, (non) sappiamo, permettiamo. L'immagine che la regista restituisce dell'Iraq non è nuova ed è certamente parziale, ma non è questo il punto. Quel che conta è il deserto dell'anima, il buio della guerra che s'avvicina e attira a sé un uomo intelligente (in grado di capire in pochi secondi il nemico che ha di fronte, il tipo di bomba) come il fuoco attira una falena. Gestendo il ritmo in modo straordinario, perché del ritmo (delle onde, del cervello, dell'azione) ha fatto da sempre l'oggetto della sua riflessione cinematografica, Kathryn Bigelow ha girato un film potente, che cede solo in qualche interstizio alla tentazione della spiegazione e del cameo inutili. Affidandosi alle cronache del reporter Mark Boal, ha elaborato e raccontato un danno apparentemente collaterale ma in realtà sostanziale, entrando come mai prima nella questione di genere (il maschile). Chi dice che l'autrice è una donna che fa film da uomini, infatti, non dice tutto. In The Hurt Locker c'è un unico personaggio femminile, che occupa un numero insignificante di fotogrammi e una sola battuta del dialogo, eppure ne intuiamo subito la libertà, compresa la libera scelta di essere fedele ad un uomo che non c'è e non glielo chiede. Lo stesso uomo che ci viene mostrato, al contrario, schiavo del pericolo, dell'emozione forte a tutti i costi, di quell'immenso contenitore di alibi che è la guerra. Perché, per dirla in perfetto stile hollywoodiano, morire è facile, è vivere che è difficile. E questo, impossibile negarlo, è un giudizio chiaro e tondo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'uomo che verrà |
Madison Farnese |
16:00 18:20 20:45 22:50 16:00 18:15 20:20 22:30 |
Un film di Giorgio Diritti, con: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Raffaele Zabban, Greta Zucchi Montanari, Vito, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani
L'eccidio di Monte Sole visto attraverso una collettività di sguardi e una prospettiva di speranza Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell'attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona. L'eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull'identità culturale. Rispetto al lungometraggio d'esordio, L'uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell'esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi soggettive a lunga e media distanza dall'evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c'è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l'idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall'inizio pone l'antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c'è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Mine Vaganti |
Politecnico Fandango Savoy Odeon Multiscreen Maestoso Ariston Royal Virgilio Lido Multisala Moderno Multisala Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Parco Leonardo Starplex Metropolitan Multisala Tibur Cineland Admiral Andromeda Atlantic Augustus Multisala Multiplex La Galleria Palma Mancini UGC Ciné Cité Porta di Roma Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Alhambra Greenwich Barberini Planet Multicinema Eurcine Multisala Cineplex Feronia Politeama Modernissimo Alfellini Ciak Arena Lucciola Rossellini Vis Pathè Warner Village Moderno - The Space Cinema Giulio Cesare |
Lingua originale 16:10 18:20 20:30 22:40 16:00 18:10 20:20 22:30 15:40 17:50 20:30 22:40 15:45 18:00 20:15 22:30 16:00 18:10 20:15 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 17:40 20:10 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 16:55 19:25 22:05 15:10 17:35 20:00 22:25 14:05 16:25 18:50 21:15 15:40 18:00 20:20 22:40 15:45 18:00 20:15 22:30 15:45 18:00 20:20 22:40 15:00 17:30 20:00 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 16:00 18:20 20:30 22:40 15:30 17:50 20:10 22:30 16:00 18:10 20:15 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 19:30 21:40 16:00 18:00 20:00 22:00 14:50 17:15 19:45 22:10 16:00 18:40 21:20 16:00 18:10 20:20 22:30 16:00 18:15 20:30 22:40 11:00 13:20 16:00 18:15 20:30 22:45 16:00 18:20 20:20 20:40 22:40 23:00 15:45 18:00 20:15 22:30 17:30 20:00 22:30 15:45, 18:00, 20:15, 22:30 17:30 20:00 22:30 17:00 20:00 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 17:00 19:15 21:30 15:10 17:40 20:00 22:20 17:40 20:05 22:30 15:45 18:00 19:00 20:15 22:30 |
Un film di Ferzan Ozpetek, con: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Paola Minaccioni, Emanuela Gabrieli, Carolina Crescentini, Giorgio Marchesi, Gianluca De Marchi, Daniele Pecci, Matteo Taranto, Carmine Recano
Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek La famiglia Cantone è proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento. La nonna aprì l'azienda assieme al cognato, di cui è stata segretamente innamorata per tutta la vita, e ora quegli impulsi sopiti ricadono sulle abitudini di una famiglia schiava del perbenismo alto borghese. Il rientro a casa del rampollo più giovane Tommaso, trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, è il momento per la famiglia di sancire ufficialmente il passaggio della gestione aziendale ai due figli maschi. Tommaso è pronto a sconvolgere i piani del pater familias dichiarando apertamente la propria omosessualità e il desiderio di seguire aspirazioni letterarie, ma durante la cena ufficiale per festeggiare il nuovo corso aziendale, viene anticipato dal fratello maggiore Antonio che, dopo tanti anni di fedele servizio agli affari di famiglia, si dichiara omosessuale prima di lui e viene per questo espulso dalla casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere definitivamente l'orgoglio del padre, già colto da un collasso al momento della rivelazione, a Tommaso non resta altro che dissimulare le proprie preferenze sessuali e assecondare momentaneamente gli oneri familiari. Il cambio di registro non implica un cambio di mentalità. E il sentiero della commedia all'italiana non implica necessariamente una satira cinica e arguta. In questo senso, Mine vaganti non smentisce il peculiare interesse di Ozpetek per le varie forme di squilibrio dei rapporti sociali nel momento in cui all'interno di questi emergono bugie, amenità e piccole tragedie. Ma neanche la sua predisposizione ad assumere un atteggiamento liberale e progressista nei contenuti ma inguaribilmente "centrista" e conservatore nella forma. A dir la verità, l'incipit parrebbe dire il contrario, sottolineando una presa di coscienza da parte del regista italo turco delle proprie ossessioni. Ozpetek presenta infatti quasi in apertura l'immancabile scena di una grande tavolata di commensali e la sua tipica ripresa che percorre in circolo volti, nuche, bocche che parlano e che masticano. Stavolta però nella perfetta sincronia della tavola, inserisce un detonatore narrativo pronto a far saltare la buona forma delle apparenze e a dotare di ottimo slancio la successiva evoluzione del racconto. Ma è quando il gioco comincia a farsi più scoperto e ai veleni della satira si sostituiscono i balsami della morale, che si capisce che per Ozpetek la commedia sulla realtà della provincia non è tanto Signore & Signori quanto Il ciclone. Il suo modo di gestire gli attori, coordinare le loro performance e i relativi tempi comici, non è quello di chi ha intenzione di creare una vera "commedia queer all'italiana", sintesi di acume, sagacia e sensibilizzazione. I suoi personaggi non sono delle vere "mine vaganti", delle maschere intente a spostare i pigri equilibri del pensiero comune, ma piuttosto delle caricature bizzarre che si divertono alle spalle del perbenismo senza volerlo realmente criticare. E quel che è peggio è che la sua visione dell'Italia retrograda risulta ancor più passatista della mentalità che vorrebbe irridere per l'atteggiamento bonario e paternalista con cui la mette in scena. Per questo, sulle sequenze umoristiche quel che alla fine emerge è la contraddizione fra chi da una parte esalta lo scompiglio e dall'altra si appiglia alla prosecuzione del pensiero comune. Tanto che nell'incrocio di presente e passato, con l'ausilio di un canzoniere vintage che attinge indiscriminatamente al repertorio pop di varie decadi, alla commedia ozpetekiana manca solo l'esibizione di qualche telefono bianco. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Legion |
UGC Ciné Cité Porta di Roma Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Vis Pathè UGC Ciné Cité Parco Leonardo Starplex Stardust Village Cineland Adriano Galaxy Cinestar Cassia Lux Multiscreen Planet Multicinema Uci Cinemas Marconi Cineplex Feronia Moderno Multisala |
13:55 16:10 18:20 20:30 22:40 14:45 17:05 19:25 21:45 15:30 17:40 20:20 22:30 15:50 18:00 20:10 22:20 16:00 18:10 20:15 22:20 16:15 18:25 20:50 23:00 16:00 18:10 20:20 22:30 15:20 17:50 20:40 22:45 20:20 22:30 16:30 18:30 21:00 20:50 22:50 16:30 18:30 20:30 22:30 17:40 20:10 22:45 16:00 18:10 20:20 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Scott Stewart, con: Paul Bettany, Lucas Black, Tyrese Gibson, Adrianne Palicki, Charles S. Dutton, Jon Tenney, Kevin Durand, Willa Holland, Kate Walsh, Dennis Quaid, Doug Jones, Josh Stamberg, Yancey Arias, Luce Rains, Danielle Lozeau, Erik Betts, Robert Miles, Jeanette Miller, Daniel J Gonzales, Bryan Chapman, Stephen Oyoung, Ken Gray, Gloria Kennedy, Cameron Harlow
Angeli in lotta in uno scenario desolato e apocalittico per un film dagli spunti originali Gli angeli in lotta tra loro o con i demoni sono stati protagonisti di diversi horror in un passato più o meno recente. L'australiano Gabriel La furia degli angeli di Shane Abbess è tra questi, ma l'esempio forse più popolare è quello di L'ultima profezia con Christopher Walken nei panni di Gabriele, primo di una piccola franchise (i seguiti sono ben quattro, al momento). Legion riprende questi temi e con qualche suggestione da Terminator e, soprattutto per l'estetica, da Matrix li sviluppa cercando di inserire qualche spunto originale in una storia piuttosto semplice. Los Angeles, 23 dicembre. Dio si è stancato delle malefatte umane e ha sguinzagliato sulla Terra una legione di angeli per portare l'Apocalisse. L'arcangelo Michael, però, non è d'accordo e vuole salvare l'umanità. In uno scalcinato locale ai margini del deserto, il Paradise Falls, un gruppo di persone vive i suoi problemi: Jeep si preoccupa di Charlie, la cameriera single incinta di otto mesi; Bob, papà di Jeep, si preoccupa di tirare avanti il locale, aiutato dal cuoco filosofo Percy; in attesa che Jeep aggiusti la loro auto, Howard tiene a bada la moglie Sandra, preoccupata per l'alto grado di disinibizione della figlia Audrey; Kyle ha problemi familiari che cerca inutilmente di risolvere al telefono. Tutto sembra decadente, tutti sono preoccupati per qualcosa, ma senza alcuna spinta positiva. Improvvisamente, radio, tv e telefoni smettono di funzionare. Nel locale entra Gladys, una vecchietta dapprima arzilla e gentile e poi molto, ma molto meno. Azzannato al collo il povero Howard, avverte tutti che stanno per morire. Una nube di insetti compare all'orizzonte, poi arriva Michael ad affrontare con gli uomini la prova finale. Simpatico l'uso di una vecchietta, di un bizzarro gelataio e di un angelico bambino in modo più o meno anticonvenzionale. Interessante l'aria desolata e disillusa, da vecchio noir on the border, della location decisiva per le sorti dell'umanità. Azzeccato anche il tono apocalittico e misterioso del primo terzo di film, più cupo che magniloquente, come invece accaduto in altri esempi del filone. Poi cominciano le concessioni a un confronto “filosofico religioso” piuttosto “facile”, un bignamino di dottrina ritenuto forse necessario per gli spettatori che non si accontentano dell'implicito. In questa fase centrale, il film perde la sua presa sulla storia che racconta e si sfilaccia in psicologismi di maniera. La parte finale ritrova una certa vivacità, ma è condizionata dall'uso di un'iconografia fin troppo classica nella rappresentazione degli angeli in lotta e da una totale resa alle regole del melodramma. Tra botte da orbi e spari all'impazzata si perde un po' il senso dello scontro etico, ma probabilmente non era quest'ultimo lo scopo del film. Qualche dialogo è efficace: quando uno sconcertato Bob dice a Michael di non credere in Dio, Michael, di rimando, gli risponde che è normale, neanche Dio crede più in lui. E questo è quanto: Dio non crede più nell'umanità e, dopo il diluvio, ora usa modi più spicci e violenti, da film horror appunto: gli umani posseduti dagli angeli distruttori sono come zombie e assediano il solitario locale nel deserto. Michael è armatissimo e agisce come un Rambo ultraterreno (la cosa è sottolineata ironicamente): combatte per gli uomini disobbedendo a Dio perché non ha perso fiducia in loro. Beato lui. La nascita di un figlio come (ri)nascita della speranza per l'umanità richiama La settima profezia, che, pur senza brillare, costituiva un approccio un po' più problematico all'Apocalisse. Dennis Quaid dà sofferto spessore al ritratto di un fallito che cerca un riscatto alla propria rassegnazione. Alla tv del suo locale danno La vita è meravigliosa: altri angeli, altri film. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Lourdes |
Nuovo Olimpia |
16:15 18:20 |
Un film di Jessica Hausner, con: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann
La ricerca laica della felicità nel luogo sacro di Lourdes Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariChristine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma', partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po' di fiducia nella vita. Sorride sempre, cerca la conversazione con i piacenti giovani volontari dell'organizzazione, si appiglia all'espressività del volto, l'unica parte del corpo che riesce a muovere. Alla gita spirituale partecipano malati nel fisico e nella mente, tutti parte di un micro mondo abituato alla solitudine e scivolato nell'individualismo. Quando i giorni di vacanza stanno per concludersi, accade il miracolo: Christine, piano piano, riacquista sensibilità alle dita, poi alle braccia e alle gambe, fino ad appoggiare i piedi a terra e cominciare a camminare. La guarigione improvvisa sorprende tutti e inaugura crudeli invidie tra i compagni. Nel frattempo Christine si gode il piccolo momento di felicità, ancora incerta sul suo precario futuro. Christine si fa volere bene da tutti. È dolce, buffa e curiosa, ma anche delicata e riservata, laconica, come se il suo blocco fisico le avesse rubato anche le parole. Sembra non pretendere nulla da nessuno, prega molto meno rispetto agli altri compagni di viaggio, si lascia vivere disperata. Lo sfogo dell'inquietudine che la divora avviene solo davanti a dio, in confessionale, dove si dichiara colpevole di invidia per le persone ‘normali'. Ma cosa vuol dire essere normali? Affidarsi alla casualità di un miracolo? La ricerca di felicità e integrazione passa attraverso la sofferenza, sempre. La Chiesa tentenna, abbozza delle risposte semplicistiche, inconsapevolmente esilaranti. Colpevolizza l'animo peccaminoso e si toglie il pensiero. La controparte laica (i volontari dell'Ordine di Malta) sembra aver smesso di credere ai miracoli da lungo tempo; così si lascia andare a barzellette che prendono in giro la Madonna, o a sguardi accusatori e perplessi che mettono in grave difficoltà le prediche del sacerdote. La normalità, per loro, è solo uno specchio dove riflettere se stessi: tutti sono regolari ed eccentrici allo stesso tempo. La forza dissacrante del dubbio travolge Lourdes, il luogo della speranza per eccellenza, trasformandola in un angolo di mondo straniante dove l'illusione del miglioramento, spirituale e fisico, si vende al prezzo di pacchiane statuette souvenir, e il misticismo si offre a colazione, assieme al caffè caldo. Lo stile minimalista della regista mette in luce il paradosso della sacralità, soffermandosi sugli aspetti profani. Per farlo, tocca ambienti e toni conosciuti, omaggiando lo scetticismo di Kaurismäki e l'ironia sottile del francese Jacques Tati. Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso (tra le più belle, la sequenza iniziale della silenziosa e apatica preparazione della sala da pranzo), ogni azione è inserita sapientemente in un'armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. Il processo narrativo si costruisce così sul susseguirsi di piccole sequenze che si muovono al ritmo di un'altalena perpetua. Christine va avanti, riacquista l'uso delle gambe, sfiora la felicità (si innamora, balla e canta come un'adolescente) ma poi ritorna un po' indietro, cade di nuovo nell'assurdità della vita quotidiana, imprigionata, come tutti, in una condizione di dubbi e continui assetti di volo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| An Education |
Eden Madison |
15:30 17:15 19:00 20:50 22:40 17:00 18:45 20:50 22:50 |
Un film di Lone Scherfig, con: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker
About a Girl. Nick Hornby dalla parte delle ragazze in un piccolo racconto di vita Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari1961, sobborgo di Twickenham, Londra. Jenny ha sedici anni e studia con passione per farsi ammettere a Oxford. Al di là di questa meta, sulla quale suo padre vigila con insistenza, conduce una vita grigia come la divisa della scuola, almeno fino a quando l'incontro fortuito col trentenne David non gliene mette di fronte una luccicante come un tubino di paillettes. David conquista la fiducia del padre e porta Jenny là dove non avrebbe mai creduto di arrivare: nei jazz club, alle aste di opere d'arte, perfino a Parigi. L'università sembra non essere più così importante; eppure ci sono tante cose che Jenny ancora non sa, soprattutto a proposito di David. Nick Hornby si sperimenta per la prima volta come sceneggiatore adattando il breve memoriale della giornalista inglese Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Dirige la danese Lone Scherfig, la quale, proprio in quanto straniera, pone un'attenzione meritevole alla ricostruzione culturale del periodo. Hornby suggerisce probabilmente anche le musiche, da appassionato pop listener quale è. Il risultato è un film di ingredienti molto saporiti che corre nella prima parte e fa marcia indietro nella seconda. Mentre Jenny cambia look, sotto il nostro sguardo e quello soddisfatto di David, il nostro sguardo su David cambia insieme a quello di Jenny, si offusca, non senza dispiacere, non senza aumentata curiosità. È in questa dinamica che sceneggiatore e regista danno il meglio evitando di fare di Jenny una vittima tout court (“hai visto le dirà l'amico di David e non hai detto niente”) e siringando nel personaggio del seduttore una fiala di dolore, quasi lui stesso si fosse illuso davvero, con Jenny e con noi. I due protagonisti, Carey Mulligan e Peter Sarsgaard sono perfetti nel difetto: lei con i suoi ventiquattro anni che traspaiono dal contorno degli occhi e raccontano da soli prima la voglia di Jenny di anticipare il proprio futuro e poi il peso di averlo fatto, lui con quegli abiti eleganti e un po' da artista, su un corpo da giovanottone appesantito. Entrambi fuori tempo, personaggi da “prima della rivoluzione”, come lo è la periferia inglese qualche anno prima che “tutti facciano l'amore a Londra” (per storpiare il titolo di un documentario sulla Swinging London). Ad un certo punto del film il respiro è ampissimo: tutto può succedere; poi le porte si chiudono, si rientra. Non è un grande romanzo di formazione, è un piccolo racconto di vita e sta comodo nella dimensione che si è dato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Maga Martina e il libro magico del draghetto |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo Madison UGC Ciné Cité Porta di Roma Vis Pathè |
14:10 16:10 15:25 13:25 15:00 |
Un film di Stefan Ruzowitzky, con: Alina Freund, Sami Herzog, Anja Kling, Pilar Bardem, Ingo Naujoks, Yvonne Catterfeld, Karl Markovics, Dierk Prawdzik, Erik Jan Rippmann, Theo Trebs, Antonia von Melville, Michael Mittermeier, Erwin Steinhauer, Adele Neuhauser, Leonard Boes, Irm Hermann, Antonia Cäcilia Holfelder
Un grande premio Oscar al servizio dei piccoli spettatori La vecchia strega Teodolinda ha urgenza di trovare una giovane erede. Il perfido mago Geronimo non si arrende e le tenta tutte per entrare in possesso del suo libro di incantesimi; con quello, potrà costruire la Macchina per il Dominio del Mondo e nulla sarà più come prima. Per evitarlo, Teodolinda spedisce il fido draghetto Ettore in cerca della nuova super maga e l'animaletto incappa a colpo sicuro in Martina, una ragazzina normale che supera brillantemente la prova. Prima produzione tedesca ad uscire in sala col prestigioso marchio Disney, Maga Martina e il libro magico del draghetto nasce dalle pagine dei fortunati libri per ragazzi di Knister, anche se non vi si attiene alla lettera, preferendo elaborare un materiale narrativo nuovo. Il film, probabile primo capitolo di una serie alle porte, non lesina spiegazioni e ripetizioni, proponendosi in questo modo anche ai più piccoli, esclusi dalla complessità di racconto e rappresentazione dalle vicende di altri, più noti, maghetti. Martina si prende molto meno sul serio dei colleghi di Hogwarts, babbana che di più non si può, assume l'incarico magico come fosse un'avventura estiva e il film l'asseconda, tra corse in bicicletta, aule scolastiche allagate e percorsi da luna park nella casa stregata. C'è una bella spensieratezza nella pellicola di Stefan Ruzowitzky, non poco teatro Geronimo è un buffone, un personaggio da vaudeville , qualche strizzatina d'occhio al cinema dei grandi (gli zombies!) e qualche breve immagine davvero spaventosa, come quella degli adulti del paese in divisa grigia che collaborano alacremente alla costruzione del grande piano di un pazzo, dopo essere stati ipnotizzati facilmente per strada o attraverso un grande schermo. Di certo Alina Freund non è Jodie Foster o Hayley Mills ma il film riporta comunque alla mente certe pellicole Disney di una volta, a tecnica mista, anche grazie alla figura del drago. Con due differenze macroscopiche: innanzitutto che, se allora si spingeva sul pedale del protagonista sfortunato, preferibilmente orfano, oggi si predilige la ragazzina ultra normale, ritenuta miglior calamita per l'identificazione del giovane spettatore; e in secondo luogo che sono andati in archivio per sempre gli inimitabili dialoghi degli anni Settanta ma far parlare i bambini al cinema resta ancora una sfida con i fiocchi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Chloe - Tra seduzione e inganno |
Lido Multisala Ariston Cineplex Feronia Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema UGC Ciné Cité Porta di Roma Nuovo Olimpia Lux Multiscreen Quattro Fontane Madison Cinestar Cassia Adriano UGC Ciné Cité Parco Leonardo Cineland Stardust Village |
16:30 18:30 20:30 22:30 16:20 18:20 20:20 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 15:45 18:05 20:25 22:45 13:20 15:45 17:55 20:00 22:05 Lingua originale 20:30 22:30 18:00 22:40 16:30 18:30 20:30 22:30 15:25 17:05 18:45 20:50 22:50 16:30 18:30 21:00 15:00 17:00 19:00 21:00 22:55 14:05 16:05 18:05 20:05 22:10 16:30 18:30 20:30 22:30 16:20 18:30 20:35 22:40 |
Un film di Atom Egoyan, con: Julianne Moore, Liam Neeson, Amanda Seyfried, Max Thieriot, R.H. Thomson, Nina Dobrev, Mishu Vellani, Julie Khaner, Laura DeCarteret, Natalie Lisinska, Tiffany Knight, Meghan Heffern, Arlene Duncan, Kathy Maloney, David Reale
Egoyan indaga le intemperanze e gli inasprimenti sentimentali, ritrovando un dolce domani Catherine è inquieta. Ginecologa di successo, madre di un adolescente e moglie di un professore, è convinta che l'aereo perso dal marito dissimuli un tradimento. David da parte sua incrementa la gelosia della moglie, incoraggiando con sguardi e ammiccamenti studentesse, cameriere, assistenti. Ossessionata e sospettosa Catherine assolda e retribuisce una giovane escort per sedurre il marito e avere i dettagli di un suo potenziale adulterio. Chloe, spregiudicata nei gesti e abile con le parole, avvia il gioco, approcciando David in un caffè e riferendo a Catherine particolari erotici della consumata infedeltà. Tra incertezze e rivalità, desideri e attrazioni niente è come appare e niente andrà come previsto. Chloe, come pure le False verità, segnano uno scarto rispetto alla filmografia di Atom Egoyan, accumulando una serie di elementi di potenziale richiamo, anche pruriginosi, che sembrerebbero distinguerlo dal cinema introverso e problematico del regista armeno canadese. Eppure anche questa volta Egoyan procede costantemente oltre le superfici delle apparenze, insinuando e confermando dietro il glamour, il sesso, la messa in scena della nudità e di rapporti omosessuali, i temi e gli stilemi consueti del suo cinema. Chloe dichiara l'esplorazione del mistero dell'individuo attraverso una composizione non lineare del racconto che rende conto della complessità del reale e della stratificazione temporale dell'esperienza. Egoyan restringe progressivamente il cerchio d'azione e degli spazi, dalla strada alla casa, dalle architetture avveniristiche e dai paesaggi urbani di Toronto agli interni, mettendo a fuoco l'interiorità di personaggi repressi in pubblico e appagati in clandestinità. Mentre lo spazio viene sottoposto a un graduale processo riduttivo, il montaggio si frantuma con l'innesto di flashback e poi si ricompone a delineare l'interfaccia di passato e presente, di ciò che è stato o di ciò che probabilmente non è mai stato. Emotivamente fragili, perduti, ritrovati o sacrificati, i protagonisti di Egoyan precipitano in una crisi esistenziale e sentimentale che esploderà in un conflitto incrociato ed estenuante. Chloe aderisce a un genere preciso e a una drammaturgia riconoscibile: il family melodrama, territorio ideale e privilegiato su cui insediare personaggi a analizzarli al microscopio. Egoyan mette allora in scena l'amore e l'inganno, le scelte affettive sbagliate e l'inevitabile usura del tempo nei legami, il rimpianto per una perfezione che non esiste in un mondo finito e imperfetto e il superamento dei confini dell'altro, della sua intimità e della sua libertà interiore. Adottando il genere che più di altri simula l'ordine della vita, l'autore non è interessato a spiegare, interpretare o risolvere quanto a rappresentare gli scarti immaginari dei sentimenti. Il cuore pulsante di Chloe è Julianne Moore, espressione massima di garbo e grazia, eleganza e sofisticazione, risvegliata dal torpore dei sentimenti dalla ninfetta bionda e splendente di Amanda Seyfried. Tra il corpo musicale di Chloe e i sensi inattivi di Catherine si “accomoda” il marito inafferrabile di Liam Neeson, capace di (ac)cogliere il (ritrovato) dinamismo emozionale della compagna e di ricongiungersi a lei dentro un dolce domani. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| La prima cosa bella |
Madison Tiziano |
18:20 20:45 20:30 22:30 |
Un film di Paolo Virzì, con: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Paolo Giommarelli, Giorgio Algranti, Riccardo Bianchi, Giacomo Bibiani
Commedia drammatica colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita. È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione. Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce. La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo. La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Invictus - L'Invincibile |
Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Atlantic Cynthianum Intrastevere Maestoso Quattro Fontane Uci Cinemas Marconi Eden Cineplex Feronia Ariston Eden Jolly UGC Ciné Cité Parco Leonardo Starplex Vis Pathè Cineland Andromeda Nuovo Olimpia Eurcine Multisala Madison UGC Ciné Cité Porta di Roma UGC Ciné Cité Parco Leonardo King Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Alhambra |
15:20 18:10 15:00 17:30 20:00 22:30 20:00 22:30 15:00 17:30 20:00 22:30 16:45 19:30 22:15 16:45 19:30 22:15 20:00 22:50 16:00 18:30 21:00 16:00 18:50 22:30 15:20 17:40 20:05 22:30 16:45 19:30 22:15 14:15 16:55 19:35 22:15 20:45 14:30 17:05 19:40 22:20 15:45 18:30 21:15 22:00 Lingua originale 16:15 19:00 21:30 16:45 19:30 22:15 15:40 18:05 20:35 22:50 14:30 17:10 19:50 22:35 21:00 16:45 19:30 22:15 16:15 19:15 22:15 21:30 |
Un film di Clint Eastwood, con: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar. Negli Stati Uniti all'uscita del film c'è chi ha affermato che il nome del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli esiti dell'Amministrazione democratica con una fiducia guardinga. Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono, senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo) con Million Dollar Baby, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino. In Invictus trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation". Eastwood ne trae un film assolutamente classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a proposito della famiglia) del rischio dell'agiografia. Che viene sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come il desiderio di superare il devastante clima dell'apartheid parta dal cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela non è spinto dal sentimentalismo. I versi di "Invictus" imparati in prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere l'obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall'intuito e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno già fissato l'esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre (gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli' che compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo' sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni film. Invictus appartiene ai secondi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Soul Kitchen |
Greenwich |
15:40 17:25 19:10 20:55 22:40 |
Un film di Fatih Akin, con: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan, Lukas Gregorowicz, Dorka Gryllus, Wotan Wilke Möhring, Demir Gökgöl, Zarah Jane McKenzie, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann, Cem Akin, Gustav-Peter Wohler
Una commedia furbissima che mescola buoni sentimenti, alta cucina e musica di prima scelta Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAd Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. La clientela abituale sono i rozzi abitanti della periferia, interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi: l'ambiziosa e viziata fidanzata Nadine è una giornalista rampante in partenza per la Cina, il fratello Illias un ladruncolo in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia è aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente e un vecchio compagno di scuola, Neumann, è disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno. Un'ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli inibisce l'uso cucina, così che viene assunto un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo uno scetticismo iniziale, trasforma il ristorante in un locale molto in voga capace di offrire buon cibo e musica soul. Fatih Akin è un abile deejay del mondo del cinema, un giovane autore che ha saputo costruire un suo linguaggio melodico a partire da un'antologia di stili della New Hollywood di Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson. Questa eredità del cinema americano moderno, con la quale aveva finora raccontato i margini di una società multiculturale in pieno dissidio, pervade anche nell'atmosfera conviviale e disinvolta di Soul Kitchen. Cimentandosi con una vera commedia edificante, il giovane regista turco tedesco mette da parte il tema del viaggio e delega il percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini, alla musica (come nel documentario Crossing the Bridge) e all'elogio dell'edonismo. Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall'alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all'occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Avatar |
Vis Pathè Maestoso Savoy Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Ariston Cineland Andromeda Stardust Village Adriano UGC Ciné Cité Parco Leonardo Politeama Planet Multicinema Starplex Cineplex Feronia |
16:30 16:15 19:15 22:15 17:15 20:30 Versione 3D: 15:10 18:30 21:50 16:10 19:20 22:30 15:00 18:15 21:30 16:00 19:00 15:00 18:15 21:45 18:00 21:00 14:40 17:50 Versione 3D: 16:15, 20:30 23:00 15:45 21:30 16:05 19:10 22:15 |
Un film di James Cameron, con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi, Joel Moore, CCH Pounder, Wes Studi, Laz Alonso, Peter Mensah, Matt Gerald, Scott Lawrence, Sean Moran, Dileep Rao, Julene Renee, Jacob Tomuri, Noli McCool, Peter Dillon, Kevin Dorman, Dean Knowsley, Sean Anthony Moran, Amy Clover, Sean Patrick Murphy, James Pitt
James Cameron si conferma un regista capace di fondere spettacolarità e messaggio Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariJake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l'atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati' dall'umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d'affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C'è però un problema: gli indigeni Na'vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell'avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all'interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na'vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell'impresa cambia. James Cameron è tornato e, ancora una volta, ha lanciato la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero conservatrice, anche in Avatar decide di basare l'impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente semplice (anche se chi ha fatto facili e ironici riferimenti a Pocahontas ha dimenticato che la giovane indiana d'America visse, nella sua storia d'amore con John Rolfe, il percorso esattamente opposto a quello qui narrato). Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore. Potrebbe sembrare un ossimoro ma non è così. Perché pesca citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, offrendole un'entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu'tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ‘Nuovimondi' da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia. Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un ‘altro da sé' come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però dimenticare che al pubblico (anche al più vasto, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) non è sufficiente offrire la tecnologia più avanzata (che qui non manca). Non basta ‘stupirlo'. Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società. In Avatar, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un'energia panica da rispettare) è quello sulla facile etichettatura di nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo. Avatar non sarà il film che rivoluzionerà la storia del cinema ma Cameron merita rispetto e ammirazione. Sa perché e su quali temi rischiare, in un'epoca in cui la grande maggioranza cerca l'incasso sicuro. Onore al merito. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Shutter Island |
Planet Multicinema Multiplex La Galleria Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Metropolitan Multisala Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema UGC Ciné Cité Parco Leonardo Politeama Cineplex Feronia Ariston Astoria Nuovo Cinema Aquila Empire Doria Galaxy Starplex Stardust Village Vis Pathè UGC Ciné Cité Porta di Roma Andromeda Ambassade Adriano Cineland Roma Royal Trianon Alhambra Fiamma Multisala Savoy UGC Ciné Cité Parco Leonardo Uci Cinemas Marconi UGC Ciné Cité Parco Leonardo Jolly Atlantic Lux Multiscreen |
17:00 20:20 22:50 20:30 22:30 16:25 19:35 22:35 Lingua originale 16:45 19:30 22:15 15:25 18:25 21:25 14:00 16:50 19:40 22:30 16:00, 19:00, 22:00 22:15 16:30 19:30 22:30 16:00 19:00 22:00 16:00 19:00 22:00 16:00 19:00 22:00 16:00 19:00 22:00 16:15 19:10 22:00 15:20 18:10 21:00 16:20 19:20 22:15 14:00 16:50 19:40 22:30 16:00 19:00 22:00 16:00 19:00 22:00 14:50 17:30 20:10 22:45 14:45 17:25 20:00 22:40 16:00 19:00 22:00 22:30 16:00 19:00 22:00 16:00 18:40 16:45 19:30 22:15 16:00 19:00 22:00 15:50 18:40 21:30 19:30 22:30 14:50 17:40 20:30 16:45 19:30 22:15 22:30 16:00 18:30 21:15 |
Un film di Martin Scorsese, con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine, John Carroll Lynch, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Tom Kemp, Curtiss Cook, Joseph McKenna, Ken Cheeseman, Joseph Sikora, Drew Beasley, Ruby Jerins, Damian Zuk, Gary Galone, Dennis Lynch
La scala a chiocciola di Scorsese conduce ad un regno fatto di misteri e ripetizioni Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l'istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Il direttore dell'istituto, il dottor Cawley, e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti. Nell'anno del celebrato restauro di Scarpette rosse, due dei più grandi cineasti della modernità americana hanno pagato il loro personale tributo al capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger. Francis Ford Coppola ne cita copiosamente delle parti in Tetro, mentre Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film. Ma se il punto di riferimento è lo stesso, completamente opposti sono i sensi che guidano il loro operare. Per Coppola, Scarpette rosse è un modello da imitare, un ideale di rinascita da proporre al cinema contemporaneo ora che il mezzo digitale permette di tornare a quel tipo di fantasia immaginifica. Al contrario, per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell'era della simulazione e della ripetizione. La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l'idea di raccontare dei personaggi manipolati dall'impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell'uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all'idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l'alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all'ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità. Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Alvin Superstar 2 |
Multiplex La Galleria Dei Piccoli Lux Multiscreen UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Porta di Roma |
16:30 18:30 17:00 16:00 18:00 14:10 16:05 14:10 |
Un film di Betty Thomas, con: Zachary Levi, David Cross, Jason Lee, Justin Long, Matthew Gray Gubler, Jesse McCartney, Amy Poehler, Anna Faris, Christina Applegate, Kathryn Joosten, Bridgit Mendler, Kevin G. Schmidt, Aimee Carrero, Brando Eaton, Chris Warren Jr., Skoti Collins, Anjelah N. Johnson, Wendie Malick, Charice Pempengco, Lauren Cornell, Alexandra Shipp, Cameron Richardson, Ross Bagdasarian Jr, Janice Karman, Tyler Sean Palmer
Perfetto per intrattenere il pubblico infantile, pessimo per parlare del mondo che li circonda Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlvin e i suoi due fratelli sono ormai rockstar famosissime ma la vita sconsiderata e colma di eccessi che si accompagna a quel ruolo non calza molto bene al trio e del resto nemmeno al loro amato tutore Dave, così dopo l'ultimo infortunio che lo costringe in ospedale proprio Dave decide di affidare i tre piccoletti alla zia e di mandarli a scuola. Peccato che la zia venga spedita anch'essa in ospedale a tempo di record e con loro rimanga il nipote nerd, sbadato e sbandato che si prenderà decisamente poco cura dei tre lasciandoli alla loro nuova vita tra i problemi di inserimenti in una high school e l'arrivo delle Chippette, tre scoiattoline di provincia venute in città per sfondare e biecamente utilizzate per tornare in vetta da colui che nel primo film della serie aveva fatto lo stesso con Alvin e i suoi fratelli. Tale è stato il successo di Alvin superstar in tutto il mondo da generare questo immediato sequel che non innova in nulla né tecnicamente né tematicamente (del resto, perché doveva?) e ripropone sotto nuove vesti un altro "episodio" delle avventure di Alvin, Theodore e Simon. Come le serie animate che hanno conquistato il pubblico televisivo nel tempo così anche i film dei Chipmunks seguono una scansione priva di un filo conduttore: ogni film fa testo a sè, è autoconclusivo e non introduce nulla che possa sconvolgere il gradimento o il senso della serie. Alvin superstar dunque è come una serie televisiva i cui episodi sono solo più grandi, più grossi, più costosi e distribuiti nei cinema. Questo non sembra importare al pubblico vero del film, quello infantile, che anzi apprezza l'entrata in scena dei tre equivalenti femminili. Come è d'obbligo in questo tipo di prodotti esse sono la copia speculare dei veri protagonisti (i maschi) hanno i loro caratteri, sono connotate dai medesimi colori in gradazione femminea (rosa al posto del rosso, viola per il blu e verde acqua per il verde) ed esistono in funzione loro, sono l'oggetto del desiderio ma nulla di più, la personalità è un puro abbozzo. Anch'esse cantano, ovviamente, rifacendosi vagamente ai trii degli anni '60/'70 come le Ronettes o le Supremes e più pragmaticamente ai gruppi femminili R&B moderni sia per movenze che per tipo di musica cantata (quella universalmente considerata da donne in opposizione a tutto il resto del rock, anche vintage, che invece spetta ai maschi). Alvin superstar 2 in sostanza continua a riproporre il più acquietante dei contenuti possibili: la scuola è noiosa ma necessaria, i fichi sono i bulli che fanno sport, i secchioni vengono presi in giro, le ragazze si interessano solo a chi è popolare e chi era sfigato ieri sarà irrisolto e maniaco dei videogiochi (sic!) domani. Dogmi da non mettere in discussione ma, anzi, da cavalcare. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Wolfman |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo Vis Pathè Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema |
18:10 20:25 22:35 20:20 22:20 20:10 22:30 |
Un film di Joe Johnston, con: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, David Sterne, Sam Hazeldine, Olga Fedori, Branko Tomovic, Michael Cronin, Nicholas Day, Bridgette Millar, Richard James, Anthony Debaeck, Emily Parr, Cristina Contes, David Schofield, Roger Frost, Andy Gathergood, Asa Butterfield, Simon Merrells, Dianne Pilkington, Shaun Smith, Mario Marin-Borquez, Gemma Whelan, Geraldine Chaplin
Settanta lune piene dopo ritorna a ululare la belva antropomorfa della Universal omaggiando la tradizione gotica Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLawrence Talbot rientra in seno alla famiglia dopo una lunga assenza e in una notte di luna piena. Fuori dalla sua tenuta, una bestia affamata e famelica abita i boschi del villaggio, visita le notti dei puritani e ne strazia i corpi. Vittima della mostruosa creatura cade pure il fratello di Lawrence, sposato alla bella e mite Gwen, che chiede aiuto e trova conforto in lui. Per fermare l’orrore e fare chiarezza sulla vicenda viene ingaggiato un ispettore di Scotland Yard, Alberline. Durante una “battuta di caccia”, la bestia aggredisce e azzanna Lawrence riducendolo in fin di vita. Sopravvissuto al morso e fatalmente contagiato, il giovane Talbot si trasforma nelle notti di luna piena in un lupo, aggredendo e uccidendo gli abitanti del villaggio. Ricoverato in manicomio e poi fuggito, Lawrence verrà braccato da Alberline, deciso a porre fine ai suoi scempi. Gwen, perdutamente innamorata, tenterà invece di strapparlo alla licantropia con la forza dell’amore e dei suoi baci. La più leggendaria e misteriosa fra tutte le creature della Universal è senza dubbio l’uomo lupo, nato nel 1941 dalla penna dello sceneggiatore Curt Siodmak e ispirato dalla mitologia e dal folclore. Privo di una fonte letteraria forte e della radicale alterità che caratterizzano il Dracula di Bram Stoker e la creatura di Frankenstein di Mary Shelley, l’uomo lupo non è un essere completamente altro e avulso dalla società umana, è piuttosto un uomo condannato dal Fato a una diversità intermittente, che lo colpisce nelle notti di luna piena. Settant’anni e diverse variazioni sul tema dopo (Frankenstein contro l’uomo lupo, L’ululato, Un lupo mannaro americano a Londra), spetta a Joe Johnston rilanciare i licantropi, omaggiando la vecchia tradizione gotica e le gloriose produzioni “B” della Universal. Wolfman “restaura” make up e orrore, guardando alle versioni cinematografiche del romanzo “nero” ottocentesco, evidenziando una società che vieta l’esplicarsi delle forze inconsce e trasformando la tragedia greca del soggetto originale in tragedia shakespeariana. Al centro del film, si contendono scena, “trono” e fanciulla un padre e un figlio, un re e un principe, belve antropomorfe vittime della stesso male e della stessa inquietudine mostruosa. Benicio del Toro, attore che interpreta un attore, è una sorta di Amleto, un eroe romantico sull’orlo del precipizio. Chiuso in se stesso e nella sua immobilità luttuosa (la morte dell’amata madre quando era soltanto un bambino), teme l’insorgere della passione che può trasformarlo in predatore omicida. Il suo personaggio, fondato sugli infiniti e ripetuti “essere o non essere”, offre un aggiornamento efficace del principe danese, in lotta questa volta contro un genitore tangibile. Il padre di Anthony Hopkins, specializzato a partire da Hannibal Lecter in sdoppiamenti della personalità, è un aguzzino invasato, trincerato nel suo segreto e deciso a contendere il potere al figlio, di cui ingabbia letteralmente la spontaneità individuale. La tenuta dei Talbot è il paradiso e insieme la prigione morbosa che inscena la duplicità psicologica del protagonista, il conflitto e la manifestazione del tarlo segreto (ed ereditario) che divora la luminosa corazza dell’eroe. Eroso dall’interno, il giovane Lawrence crollerà sotto l’incendio delle passioni e rovinerà come la sua tenuta, sconfitto e spinto tra le braccia “del non essere” e dentro la sua prima notte di quiete. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Appuntamento con l'amore |
Augustus Multisala Multiplex La Galleria Planet Multicinema Politeama UGC Ciné Cité Parco Leonardo Cineplex Feronia Lido Multisala Moderno Multisala Ariston Andromeda Metropolitan Multisala UGC Ciné Cité Porta di Roma Ambassade Cineland Adriano Uci Cinemas Marconi Warner Village Moderno - The Space Cinema Warner Village Moderno - The Space Cinema Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Royal Cinestar Cassia UGC Ciné Cité Parco Leonardo Starplex Vis Pathè Lux Multiscreen Barberini Odeon Multiscreen Trianon |
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Un film di Garry Marshall, con: Jessica Alba, Kathy Bates, Jessica Biel, Bradley Cooper, Eric Dane, Patrick Dempsey, Hector Elizondo, Jamie Foxx, Jennifer Garner, Topher Grace, Anne Hathaway, Ashton Kutcher, Queen Latifah, Taylor Lautner, George Lopez, Shirley MacLaine, Emma Roberts, Julia Roberts, Taylor Swift, Carter Jenkins, Wedil David, Megan Suri, Riju Raju Sam, Kathryn Le, Wendi McLendon-Covey, Alexis Peters, Jonathan Morgan Heit, Roberta Valderrama, Paul Vogt, Bryce Robinson, Shea Curry, Angelo Salvatore Restaino
Un film zuccheroso e poco fantasioso: la vittoria dei cioccolatini sul sentimento Nella giornata di S. Valentino si incrociano diverse storie, tutte flebilmente unite tra loro. C'è l'italoamericano colmo di gioia per aver chiesto di sposarlo alla sua ragazza che di lavoro consegna fiori, c'è la press agent stressata e sempre sola, il reporter sportivo d'assalto relegato a fare costume, la donna soldato in licenza dal fronte, la maestra elementare che sembra aver finalmente trovato l'uomo giusto, il bambino di lei innamorato e il donnaiolo incallito. Tutto un campionario di modi diversi di approcciare il sentimento amoroso, il corteggiamento e il rapporto con l'altro sesso che converge nel giorno istituzionalmente cruciale per gli innamorati e per tutti quelli che non tollerano di non esserlo. Specialista in commedie sentimentali dall'esito banale e dallo scarso divertimento, sceneggiatore di professione con l'hobby della regia e grande esponente della vena più smaccatamente commerciale del cinema hollywoodiano Garry Marshall può segnare un'altra tacca sul manico della sua pistola. Ancora una volta ha realizzato un film dai valori produttivi vicini allo zero, scritto senza fantasia e girato in modo sciatto, che però può contare su un cast nutrito di star da sbattere in locandina e su un'idea di trama che attira coppiette al cinema come gli zombie sono attirati dai cervelli umani. Il film, che in originale si chiama Valentine's day e che in patria è uscito il giorno di S. Valentino (chiudendo il cerchio di un business plan da laurea ad honorem in marketing), non ha mancato di sbancare al box office anche se la melassa con cui è ricoperto toglie qualsiasi anche remoto elemento di interesse. Non si tratta di avere un atteggiamento romantico, di amare i racconti sentimentali o di lasciarsi coinvolgere dalla consapevole leggerezza di una commedia senza pretese (quello era il caso di Pretty woman, il grande successo di Marshall), quanto di accettare un prodotto più zuccheroso della confezione a forma di cuore di Baci Perugina, più svilente di una cartolina di auguri di S. Valentino e più biecamente indirizzato ai portafogli degli spettatori di un libro di consigli sentimentali in vendita al supermercato. Un conto è il piacere di un racconto leggero e scanzonato a lieto fine, sanamente commerciale, un altro è un prodotto realizzato male che scambia il sentimento con il sentimentalismo e (si spera) lascia delusa anche la neocoppietta più sdolcinata. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo - Il ladro di Fulmini |
UGC Ciné Cité Porta di Roma Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Uci Cinemas Marconi Astoria Virgilio Ariston Cineplex Feronia Planet Multicinema Multiplex La Galleria Atlantic Reale Lux Multiscreen Trianon Cineland Broadway Vis Pathè UGC Ciné Cité Parco Leonardo UGC Ciné Cité Parco Leonardo Starplex Giuseppetti Adriano Andromeda Stardust Village Augustus Multisala Galaxy |
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Un film di Chris Columbus, con: Logan Lerman, Rosario Dawson, Uma Thurman, Pierce Brosnan, Sean Bean, Kevin McKidd, Steve Coogan, Catherine Keener, Alexandra Daddario, Joe Pantoliano, Jake Abel, Melina Kanakaredes, Serinda Swan, Brandon T. Jackson, Luke Camilleri, Dylan Neal, Maria Olsen, Andrea Brooks, Luisa D'Oliveira, Maya Washington, Patrick Sabongui, Dejan Loyola, Crystal Tisiga, Julian Richings, Dimitri Lekkos, Christie Laing, Stefanie von Pfetten, Marie Avgeropoulos, Erica Cerra, Chelan Simmons
Il tentativo di creare un nuovo Harry Potter dà vita ad un clone senza fascino Affetto da deficit di attenzione e da dislessia Percy Jackson non ha vita facile a scuola e la vita privata non sembra andare meglio: vive con la madre non avendo mai conosciuto il padre. Il motivo di questa situazione diventa però chiaro quando, in gita scolastica in un museo, una professoressa si trasforma in mostro alato e minaccia di ucciderlo se non le rivela dove ha nascosto il fulmine di Zeus. Percy, è un semidio, figlio di Poseidone e di una mortale ed è venuto per lui il momento di allenarsi per prendere coscienza dei propri poteri. L'allenamento però dovrà aspettare, qualcuno ha rubato quel fulmine primigenio di Zeus e tutti accusano Percy per scatenare una colossale guerra tra i tre grandi fratelli: Zeus, Poseidone e Ade. Difficile non vedere dietro Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il ladro di fulmini il tentativo di dare vita ad una nuova grande saga cinematografica che prenda il posto (non tanto nei cuori dei fan quanto nei portafogli dei produttori) dell'ormai concluso Harry Potter. Tratto anch'esso da una serie omonima di libri, scritti però da un americano (Rick Riordan) e non da un'inglese, il film come del resto il romanzo ripropone la medesima situazione potteriana di un ragazzo che sembra meno dotato di altri ma in realtà è predestinato a grandi cose il quale, affiancato da un'amica saggia e attraente e da un amico fraterno più simpatico, è impegnato ad imparare le arti segrete del suo rango mentre di volta in volta compiti ben più gravosi poggiano sulle sue spalle. Simile a quella fatta per Harry Potter è poi la scelta di come operare il passaggio dalla pagina allo schermo affidando la regia da subito a Chris Columbus (già regista dei primi due film del maghetto e produttore del terzo), scegliendo attori non noti per le parti da protagonista e grandi calibri per i ruoli complementari e infine puntando più che altro sull'azione. Il risultato però non è all'altezza dello stampino. Nonostante ci sia Columbus al timone il film non emoziona mai, incapace com'è di dare ai suoi personaggi motivazioni che suonino autentiche e credibili, e anche nelle sequenze più rocambolesche suona fasullo. L'unico punto di interesse che differenzia le avventure di Percy da quelle di Harry, è il fatto di svolgersi nel mondo reale ed essere fortemente agganciato all'attualità, colmo di richiami alle ossessioni moderne. Se in Harry Potter scompariva qualsiasi indicatore di contemporaneità, annullato dalle potenzialità del mondo magico tradizionale inglese, in Percy Jackson i miti greci sono piegati all'universo semantico americano. Vengono adattati non solo i personaggi (Medusa gestisce un negozio di statue in provincia, Ade vive come una rockstar) ma anche la geografia, disegnando una mappa dei luoghi greci tutta all'interno degli Stati Uniti (il partenone di Nashville, la porta dell'Ade ad Hollywood, quella dell'Olimpo sull'Empire State Building e il luogo dell'oblio a Las Vegas). Il risultato è una continua strizzata d'occhio al pop e agli oggetti del consumo moderno in cui Apple e Converse possono vantare due dei migliori product placement mai visti, che però mette in secondo piano il fascino e il mistero che dovrebbero circondare lo sconosciuto (per il protagonista e quindi per lo spettatore) mondo segreto degli dei dell'Olimpo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Baciami ancora |
Barberini |
20:30 22:45 |
Un film di Gabriele Muccino, con: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Alexia Murray
Muccino racconta il volto esteriore dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa e della dinamica amorosa Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariCarlo e Giulia si sono amati e odiati e traditi e ora, separati, condividono la figlia Sveva. Giulia ha un nuovo compagno, un attore, mentre Carlo ha tante donne e poco amore. Marco e la moglie hanno inseguito disperatamente il desiderio di un figlio e da quel fantasma si sono lasciati corrodere. Livia ha cresciuto Matteo da sola, Alberto ha perseguito l'indipendenza affettiva, Paolo è passato da una dipendenza ad un'altra. Il ritorno a Roma di Adriano, il padre di Matteo, dopo quasi dieci anni, li riunisce e li riporta alla fontana dei desideri, ma non c'è più acqua: o la si riempie o ci si schianta al suolo. Dieci anni fa, L'Ultimo Bacio irrompeva sulla scena cinematografica italiana risollevandone le sorti al botteghino ma soprattutto proponendosi come uno specchio delle brame e dei tentennamenti dei trentenni, a cui la maturità pareva porre le sue richieste anzitempo; scomoda, insoddisfacente, liberticida. Il film movimentava le acque e, forse, le coscienze, con la sua macchina da presa mai ferma e il suo protagonista sempre in corsa, per non lasciarsi sfuggire questo, per riprendere quello, per battersi sul tempo prima e per recuperarlo poi. Oggi Carlo è esaurito. È stressato, dice il film, ma forse anche svuotato come personaggio, sacrificato a un destino di contenitore della "storia di tutte le storie d'amore", come recita la tag line di promozione di Baciami Ancora. Ciò non significa che Muccino non racconti quello che conosce, al contrario: fedele alla rappresentazione di un milieu borghese, pacificato con se stesso e consapevole, non cerca l'eccezionale ma racconta la norma con un'eccezionalità di tono, non solo vocale. Perché allora non plaudire a chi ci dice come siamo e ci mette addirittura su uno schermo per dirci quanto siamo normali nelle nostre stranezze, quanto buffi e disperati, e quanto ogni errore è riparabile, se lo vogliamo veramente, perché tutto è possibile? Perché non è vero, cioè non lo è qui. Nel film di Muccino non c'è vera libertà di scelta, si corre e si suda sul tragitto senza sbocco di un tapis roulant e il battito cardiaco accelera sì, ma per claustrofobia. Baciami Ancora è cinema del ritorno, del falso movimento, che va benissimo finché non si spaccia per cinema della possibilità o della verità. Dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa, della dinamica amorosa, Muccino racconta il volto esteriore, ne istoria e colora magistralmente la facciata, non si appella agli scherzi del destino o del caso, come farebbe magari un copione corale francese, nemmeno nella vicenda di Favino, apparentemente la più coraggiosa; non solleva le lenzuola (sono già stese, come sipari innocenti sul terrazzo di Come te nessuno mai), non ci dice i gesti privati, precisi, individuali, del dolore e della sorpresa; ha tutti gli strumenti per fare il cinema ma non guarda attraverso il suo filtro. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| La bocca del lupo |
Quattro Fontane |
16:30 18:15 20:00 |
Un film di Pietro Marcello, con: Vincenzo Motta, Mary Monaco
Una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre "nella bocca del lupo" Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariProdotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino La bocca del lupo racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad “avventurarsi” è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi. Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western –suggerisce il montaggio che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato. La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza. Sale una grande malinconia da questo lieto fine, ma le vittime non sono i protagonisti quanto lo spettatore, che si scopre miope e si dà improvvisamente ragione delle immagini con cui Marcello lo ha portato fino lì, in questo film ibrido che non si cura della distinzione tra ciò che è finzione e ciò che è documento: immagini d’epoca dei cineamatori, di chi salpa per il mondo nuovo e di chi non esce mai da certe vecchie storie. Immagini di un tempo che non c’è più, apparentemente. Eppure, forse, le cose non ci sono (più) solo quando non le si vuole più guardare. Sono pochissimi, in Italia, i registi che hanno la forza e il coraggio di battere sentieri nuovi, di aprire nuove strade, di affrontare, accettandole, asperità che hanno la potenzialità di farsi nuova narrazione, nuova estetica, nuovo cinema. Pietro Marcello è sicuramente tra questi: l’aveva dimostrato con il suo primo film, Il passaggio della linea, e lo ha ampiamente confermato con quest’opera seconda, scegliendo una forma che riesce ad essere tanto più sospesa e metafisica quanto più si aggrappa saldamente ai personaggi e ai luoghi fisici che vengono inquadrati e raccontati dall’occhio della videocamera. Marcello raccoglie dunque l’eredità pasoliniana ma, quel che più conta, guarda ai margini del mondo da una posizione che non è mai pretestuosamente oggettiva e oggettivante, mai ipocritamente partecipe e manipolatrice; una posizione che gli evita la trappola del paternalismo intellettuale così come quella di un’adesione ingiusta e impossibile. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Che fine hanno fatto i Morgan? |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo |
18:15 20:20 22:30 |
Un film di Marc Lawrence [2], con: Hugh Grant, Sarah Jessica Parker, Sam Elliott, Mary Steenburgen, Elisabeth Moss, Michael Kelly, Wilford Brimley, Natalia Klimas, Sándor Técsy, Kevin Brown, Sharon Wilkins, Seth Gilliam, Kim Shaw, David Call, Peter Conboy, Mario D'Leon, Chad Brummett, Vincenzo Amato, Henry Herman, Beth Fowler, Hristo Hristov, Rob Yang, Steven Boyer, Jesse Liebman, Gracie Lawrence
Commedia sentimentale che rianima memorie screwball e trova il lieto fine Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariMeryl e Paul Morgan sono separati. La loro vita perfetta, spesa nel cuore di Manhattan, ha avuto una battuta di arresto. Paul, avvocato di successo, ha tradito Meryl a Chicago con una collega avvenente e adesso vorrebbe cancellare l’accaduto, farsi perdonare e rientrare nel letto e nelle grazie della consorte. Meryl, ferita e ostinata a resistere alla strategia di riconquista, declina suo malgrado inviti, doni, dichiarazioni e (buone) intenzioni. Sarà il destino a decidere il loro futuro, cacciandoli in una situazione decisamente pericolosa. Testimoni di un omicidio vengono presi in consegna dall’FBI, inseriti nel programma protezione testimoni e precipitati a Ray nel Wyoming, lontano dai comfort di New York e sotto la tutela di una coppia di ruvidi federali. La convivenza forzata e la natura selvaggia li costringeranno a ripensare al loro matrimonio e a rimontare in sella. Il gioco impuro tra cinema e televisione non conosce una sola direzione e accade che le carte si mescolino. Così la commedia sentimentale di Marc Lawrence, abitata da Hugh Grant e Sara Jessica Parker, sembra contenere in sé e sullo sfondo di una romantica Manhattan una scheggia della serie tv Sex and the City, che a sua volta aveva raccolto l’eredità delle tante commedie per sole donne che composero un nutrito sottogenere degli anni Novanta. Il regista americano ha assimilato le ardite traiettorie verbali della celebre serie, incarnandole nel personaggio di Meryl, regina di una prestigiosa agenzia immobiliare che fa bella mostra di sé sulle copertine dei giornali, sulle affiche degli autobus e in tutti i locali alla moda di New York. Senza perdere di vista la dinamica reciproca di prestiti e scambi, Lawrence non si limita però ad appropriarsi del soggetto Sara Jessica Parker e, dopo un prologo squisitamente glamour e newyorkese, disorienta personaggio e attrice precipitandole da un attico a Manhattan nel mezzo del nulla, dentro un assolato e polveroso Wyoming. Condivide il destino della popolarissima Carrie Bradshaw il suo compagno di scena, Hugh Grant, sradicato dalla città, dalle panchine di Notting Hill e dal folclore britannico. Costretti da destino e da copione ad abitare un nudo palcoscenico, i due attori costruiscono la “messinscena” attraverso la propria fisicità, capace da sola di riproporre ed evocare gli elementi costitutivi dei film (o della serie) che ne hanno lanciato le carriere. Tra grandi pianure e montagne rocciose, tra orsi da addomesticare e tori da domare, l’editore sciupafemmine di Bridget Jones e la brillante pubblicista di Sex and the City cercano e trovano una nuova grammatica sentimentale per condurre a buon fine il loro matrimonio e al finale lieto la commedia malinconicamente affettata di Marc Lawrence. L’ammiccamento ironico e l’eleganza composta e borghese di Hugh Grant rianimano nel film certe memorie screwball, risolvendole tuttavia in una serena prospettiva familiare e dentro una storia esemplare che non coglie il ritmo, il tocco e lo sguardo della commedia classica americana. L’attore inglese, dandy discreto e piacevolmente sgualcito da una mimica consumatissima, ritorna volentieri sul set di Lawrence (Two weeks Notice, Scrivimi una canzone) e trascina una collega intimorita (dalla provincialità della location) a un risultato gradevole, con cui, a ogni modo, il cinema non si muove né avanti né indietro. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| A Single Man |
Quattro Fontane |
21:30 |
Un film di Tom Ford, con: Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Jon Kortajarena, Paulette Lamori, Ryan Simpkins, Ginnifer Goodwin, Teddy Sears, Paul Butler [II], Aaron Sanders, Keri Lynn Pratt, Nicole Steinwedell, Ridge Canipe, Nicholas Beard, Brad Benedict, Jenna Gavigan, Brent Gorski, Adam Gray-Hayward, Marlene Martinez, Paul Butler, Lee Pace, Alicia Carr
Tom Ford debutta con un melodramma impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLos Angeles, 1962. George Falconer è un uomo solo. Professore inglese di letteratura all'università, George ha perso in un incidente il compagno amato da sedici anni. Incapace di reagire al lutto e all'afflizione, riordina carte, oggetti e sentimenti e decide di togliersi la vita con un colpo di pistola. Proveranno a “ripararlo” e a trattenerlo sul baratro, Charley, una vecchia amica delusa e disillusa, e Kenny, uno studente disponibile e sensibile. Spiegati i missili nucleari a Cuba e puntata l'arma alla tempia, la “crisi” pubblica e privata è destinata a esplodere o a rientrare. Una cravatta, un paio di gemelli, un paio di scarpe, una lettera, due lettere, un vestito regalato e poi indossato, un libro mai chiuso, un disco ascoltato: oggetti scoperti dalla macchina da presa di Tom Ford, abbandonati nelle inquadrature come indizi, tracce, segni, impronte del destino. Quello di un uomo rimasto solo con ciò che resta di ogni storia e di ogni amore, non il corpo di chi li ha vissuti e consumati ma le cose che lo hanno messo in comunione con l'altro da sè. Lo stilista statunitense che ha rilanciato le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent debutta alla regia, impeccabile come un paio di Oxford lucidate a specchio. Trasposizione del romanzo omonimo di Christopher Isherwood, A single man è un film di oggetti, colori, spazi, suoni, che funzionano come “luoghi” in cui le vite si incrociano e si separano, in cui il desiderio ha lavorato e continua a lavorare, raccontando dentro un frammento tutte le storie (d'amore) possibili, tutte le storie del mondo. Sospeso dentro l'ultimo giorno di un uomo e dentro la perfezione formale del suo décor, A single man è un mélo intessuto di atti mancati e infiniti (rim)pianti. Fermamente agganciato a un presente che non ha alternative, nel (melo)dramma di Ford la dialettica dei sentimenti resta prigioniera di malinconiche allucinazioni retrò o di fughe in avanti verso un tempo scaduto. Il professore di Colin Firth, portatore di un dolore universale, vive (e muore) nell'attesa del ricongiungimento all'amato. I due amanti sono corpi a distanza destinati a riunirsi in un bacio e dentro una fotografia che riesce a scolpire i colori anche nel buio e nel fuori fuoco. Il lutto è allora lo spirito della scena, espresso in termini di dolore e obbediente all'imperativo melodrammatico della dismisura, degli eccessi e delle ferite. Senza esaurire i contenuti nel glamour di superficie, A single man si sottrae alle polarizzazioni manichee del melodramma, riuscendo emotivamente ancora più insostenibile. La “guerra fredda” che ossessionava gli americani negli anni Sessanta è sgelata e infiammata dalla fotografia di Eduard Grau e dalla musica (addizionale) di Shigeru Umebayashi (In the Mood for Love), sublimi orchestratori di note e luci, ossessionati, come il protagonista, dalla bellezza e dall'armonia perduta. Colin Firth, lubrificato dalle lacrime, è un corpo assediato da un sentimento di resa e agitato da pulsioni di morte, che si rivela parlando e patendo dentro gli abiti di Tom Ford. È l'uomo solo che non rifiuta mai la gioia e neppure la sofferenza. L'attore inglese lascia magnificamente affiorare la verità del personaggio, abbandonando la pesantezza della corporeità e facendosi assolutezza del sentire, offrendosi come frontiera dell'amore e aspettando la morte sazio di vita. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Nord |
Nuovo Sacher |
16:30 18:15 20:45 22:30 |
Un film di Rune Denstad Langlo, con: Anders Baasmo Christiansen, Kyrre Hellum, Marte Aunemo, Mads Sjøgård Pettersen, Lars Olsen, Astrid Solhaug, Even Vesterhus, Ragnhild Vannebo, Celine Engebrigtsen, Ole Dalen, Tommy Almenning
Un road movie su motoslitta tra le nevi della Norvegia Ormai ritiratosi in solitudine a lavorare come guardia di un parco sciistico, Jomar scopre di essere il padre di un bambino nato nell'estremo Nord del paese e quindi sceglie di partire in viaggio attraverso la Norvegia. Mezzo utilizzato una motoslitta, uniche provviste cinque litri d'alcol. Che sia per un'iniziazione di qualche genere o per riallacciare dei rapporti da troppo tempo (e magari bruscamente) interrotti, quella del road movie è una delle formule più antiche e consolidate del cinema, dove il viaggio rappresenta l'occasione per l'incontro fugace, casuale, ma spesso cruciale, con degli sconosciuti. Nord non fa nulla per uscire da questo canovaccio, non ci prova nemmeno, ma funziona ugualmente, forse per l'umiltà ossequiosa con cui lo ripropone o forse per la colonna sonora country dei Motorpsycho in versione International Tussler Society o forse ancora per come indugia sugli sguardi diffidenti e carichi di solitudine di questi norvegesi sparsi tra i ghiacci del nord. Anche topoi di per sé abusati come l'incendio della casa che Jomar abbandona o altri eventi che simboleggiano un taglio netto con il passato riescono a rientrare nel contesto dimesso del film senza appesantire la narrazione. Jomar incontra (pochi) esseri umani durante il suo viaggio: per alcuni di loro l'isolamento è una scelta, per altri una necessità con cui convivere, per tutti significa estraniarsi inevitabilmente dalla società e crearsi un proprio mondo parallelo, con delle sue bizzarre regole e con dei suoi ancor più bizzarri passatempi. Sono proprio questi nuclei di personaggi borderline, tappe senzienti del viaggio di Jomar, a risultare i veri protagonisti di un delizioso ed eccentrico snow trail movie. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Io, loro e Lara |
Madison |
16:00 22:50 |
Un film di Carlo Verdone, con: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, Angela Finocchiaro, Olga Balan, Agnese Claisse, Tamara di Giulio, Cristina Odasso, Giorgia Cardaci, Marco Guadagno, Roberto Sbaratto, Loukoula Letizia Sedrick Boupkouele, Antoinette Kapinga Mingu, Nimata Carla Akakpo, Gianfranco Mazzoni, Valeria Ceci, Marco Minetti
Sotto gli abiti scuri di don Carlo, Verdone parla di tutto tranne che di religione assolvendo "una certa parte della chiesa" Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariDopo più di un decennio come missionario don Carlo torna a Roma dove ritrova la sua famiglia normalmente allo sbando (un fratello cocainomane che si è dato alla finanza e una sorella mamma di adolescenti emo, entrambi ordinariamente ipocriti). Il nucleo già abbastanza frammentato è messo ulteriormente alla prova dall'arrivo della seconda vita del padre il quale, ormai vedovo, ha un'amante slava di nome Olga molto più giovane di lui con la quale si sente rinato e che vizia senza sosta. Proprio la morte dell'amante tuttavia costringerà don Carlo ad entrare in contatto con Lara, figlia di Olga, diventata proprietaria della casa che una volta apparteneva alla famiglia e dunque capace di tenere i tre fratelli in scacco perchè l'aiutino ad ottenere l'affidamento del figlio. Come sotto il don Giulio di La messa è finita si intravedevano i problemi di Michele Apicella (cioè Nanni Moretti), anche sotto gli abiti scuri di don Carlo si intravedono i personaggi nevrotici e incompresi che lottano contro le difficoltà della vita che Verdone ha interpretato da Borotalco in poi. Sebbene diverso dal film di Moretti anche Io loro e Lara usa la figura del prete per parlare di tutto tranne che di religione, i due personaggi compiono anche un percorso simile (arrivo da un luogo lontano, scoperta dello stato delle vite dei propri cari incompatibile con la propria professione, frustrazione, ritorno nel luogo lontano) sebbene con spirito diametralmente opposto perchè don Carlo cerca materialmente di risolvere i problemi che lo circondano e non di trovare un più astratto equilibrio per fare il proprio lavoro. Carlo Verdone questa volta mette la meschinità al margine del proprio film riservandola per i caratteri di contorno, al centro c'è l'etica e la morale del suo don Carlo, che perfetto non è, nè tantomeno incrollabile nella sua aderenza ai dogmi cristiani ma sa bene cosa è giusto e cosa no. E forse è proprio questa consapevolezza, che è anche del regista, a rendere Io loro e Lara una delle opere meno incisive di Verdone, il quale si allontana dal grottesco degli altri preti che aveva interpretato per arrivare ad una figura talmente ordinaria da essere impalpabile. Volendo assolvere "una certa parte della chiesa" (quandomai avremmo sperato di sentire una frase di tale ragionevolezza pronunciata apertamente nel nostro paese?) finisce per dipingere un uomo normale in abiti talari e non viceversa come vorrebbe. Solo in piccoli fugaci momenti sembra di intravedere l'aggressività e la poca pietà nei confronti dei propri personaggi che l'avevano reso interessante in passato. Ma se don Carlo può essere oggetto di discussione il resto del film è ricco di piccole grandi lacune. Le gag riescono ad essere divertenti unicamente in presenza del regista/autore (e della sempre impeccabile Angela Finocchiaro) e solo quando sono il frutto delle improvvisazioni sul set, la scrittura dell'intreccio è un puro pretesto utile ad accostare situazioni che prestano il fianco a facili sketch (vedi la cena con la psicologa) e infine la risoluzione finale positiva al massimo presenta i problemi visti lungo tutto il film come già risolti senza averne mai messo in scena il processo risolutivo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'uomo che fissa le capre |
Tibur |
15:45 |
Un film di Grant Heslov, con: George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey, Stephen Lang, Nick Offerman, Tim Griffin, Waleed Zuaiter, Robert Patrick, Rebecca Mader, Glenn Morshower, Stephen Root, Brad Grunberg, Terry Serpico, Robert Curtis-Brown, Matt Newton, Joelle ten Damme, Steve Witting, Arron Shiver, Wiley M. Pickett, Billy Lockwood, Alexandra Krizman, Frank Powers, Brian Tester, McCaleb Burnett, Merik Tadros, Robert Farrior, Hrach Titizian, Paul J. Porter, Jacob Browne, Burly Cain, William Sterchi, Drew Seltzer, JJ Raschel, Reginald Huc, Shafik N. Bahou, Samuel Ray Gates, Morse Bicknell, Todd La Tourrette
Commedia stupefacente che combatte le guerre col flower power Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBob Wilton è un giornalista pavido e impacciato, abbandonato dalla moglie e a caccia dello scoop della vita. Inviato di guerra in Iraq nel tentativo disperato e maldestro di attirare l'attenzione della fedifraga consorte, Wilton incontra lo stralunato Lyn Cassady, soldato Jedi e monaco guerriero appartenente alla New Earth Army, un'unità sperimentale dell'esercito americano che vuole "combattere" le guerre col flower power. In grado di attraversare i muri e di fermare con lo sguardo il cuore di una capra, abili nel leggere nel pensiero del nemico e nel dissolvere le nuvole nel cielo, l'esercito hippy, fondato dallo stupefacente Bill Django, accoglie tra le sue fila il giornalista, iniziandolo al lato nobile della Forza. Tra rapimenti, vagheggiamenti e dosi massicce di LSD, Bob Wilton scriverà il suo articolo e ristabilirà l'equilibrio nella Forza. Ispirato (forse) a un'incredibile storia vera e trasposto (innegabilmente) dal libro di Jon Ronson, L'uomo che fissa le capre è una commedia demenziale, nera e dissacrante verso quei monumenti intoccabili dell'autorità trattata spesso con reverenza (America's Army). La scrittura efficace di Grant Heslov, sceneggiatore di Good Night, and Good Luck e osservatore lucido dei costumi americani, si fa immagine demitizzante nel suo film d'esordio. Anche questa volta i tempi sono giusti e le intenzioni incoraggianti. Il sapore del cinema americano d'impegno è ribadito dalle pagine e dallo sguardo del regista sceneggiatore, che tratta con acuto cinismo argomenti serissimi e assesta una tipica vicenda da film di guerra dietro il filtro di una comicità irresistibilmente illogica. Pienamente a proprio agio nelle situazioni comiche, Heslov realizza col sorriso e attraverso una storia "realmente accaduta" un quadro molto critico della politica americana, popolata, ieri come oggi, da individui perfettamente amorali. Abile nel sondare le ambiguità dell'esercito e i retroterra inquieti della scena militare, L'uomo che fissa le capre dà corpo a soldati (super)eroi e a una società divisa tra paura e patriottismo, guerre coloniali e senso civile, responsabilità e vendette. Come l'ufficiale "illuminato" di Jeff Bridges, che è stato in Vietnam da ragazzo e che non vuole assistere a un nuovo massacro, che ha lottato in quella guerra con le pallottole e che adesso vuole combattere con fiori, parole e gocce di LSD sciolte nel rancio. L'uomo che fissa le capre disinnesca la serietà della guerra e dei suoi "corpi speciali" attraverso dialoghi sagaci e l'intensità burlesca dei suoi attori, George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges e Kevin Spacey, tutti perfettamente in parte. Un film che produce il piacere assoluto della visione, pieno zeppo di trovate eccellenti: parodie, new age, giochi linguistici, citazioni, filosofia "star wars", che dimostrano una volta ancora che il cinema può essere più esplosivo della polvere da sparo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Concorrenza sleale |
Sala Trevi |
19:10 |
Un film di Ettore Scola, con: Claudio Bigagli, Gérard Depardieu, Diego Abatantuono, Sergio Castellitto, Antonella Attili, Sandra Collodel, Elio Germano, Rolando Ravello, Giorgio Colangeli, Carlo Molfese
Ritratto leggero di un microcosmo culturale del passato Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUmberto Melchiorri è un sarto milanese che ha da anni aperto un negozio a Roma. Proprio di fianco a lui ha aperto un negozio di abiti confezionati Leone, un sarto ebreo. La concorrenza tra i due è accesa anche se i figli più piccoli sono amici (sono loro i narratori della storia) e il figlio maggiore di Umberto e la figlia maggiore di Leone sono innamorati. La vita scorre tra riflessioni sul fascismo fatte dal combattivo fratello di Umberto, Angelo, professore di liceo, e ripicche tra i due commercianti. Fino a quando le leggi sulla razza non modificano la situazione costringendo il sarto ebreo prima a subire la confisca della radio e poi, di lì a poco, la prima sassata nella vetrina. Dovrà chiudere e andarsene dal quartiere. Ma prima avrà avuto la solidarietà del collega che arriverà fino a schiaffeggiare la moglie per difenderlo. Scola afferma: "Vivere nella stessa città, nella stessa strada. Fare lo stesso lavoro, appartenere alla stessa classe sociale, avere la stessa composizione familiare (una moglie, due figli, zii e nonni) eppure non essere uguali, non avere gli stessi diritti, non poter frequentare le stesse scuole, non poter esercitare il proprio lavoro né tenere aperto il proprio negozio, conoscere l'intolleranza e l'esclusione. Scoprire di essere considerati "diversi", per nascita e per razza. È accaduto in passato a ebrei e neri, accade oggi a immigrati ed extra comunitari." Tutto vero. Con una piccola (ma non trascurabile) differenza: gli ebrei facevano parte integrante del tessuto sociale italiano e le leggi sulla razza furono un cieco scimmiottamento dell'alleato/padrone germanico. La realtà odierna è molto più complessa e parte da presupposti decisamente diversi. Dispiace che Scola, che forse avrebbe ancora qualcosa da dire sul presente e sulle più sottili e pericolose forme di discriminazione attuali (si pensi a Romanzo di un giovane povero), si rifugi nel passato proponendo il ritrattino di un microcosmo che nella prima parte sembra in stand by aspettando che la "molla" delle leggi razziali faccia lievitare la sceneggiatura. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Gente di Roma |
Sala Trevi |
21:10 |
Un film di Ettore Scola, con: Valerio Mastandrea, Sabrina Impacciatore, Arnoldo Foà, Antonello Fassari, Stefania Sandrelli, Simona Cianti, Massimo Sarchielli, Rolando Ravello, Giorgio Colangeli
La città eterna dall'alba al tramonto tra la gente che ci vive. Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUna giornata qualunque nella città eterna. Tanti piccoli frammenti di vita si susseguono in una carrellata di personaggi attraverso le storie dei quali, dalla tragedia alla commedia, Scola ci racconta la sua amata Roma. Il filo conduttore dei tanti episodi slegati tra loro è un autobus che percorre le strade della città, dall'alba al tramonto. Per scrivere storie interessanti bisognerebbe tornare a prendere il tram (o,nel caso presente, l'autobus) come suggeriva Zavattini? Forse sì, ma di certo bisognerebbe avere interesse a narrare: interesse che Scola non sembra avere più. I bozzetti rimangono tali, qualcuno più riuscito (vedi lo sketch iniziale di Mastandrea), altri francamente inutili quando non imbarazzanti. Il racconto ne soffre fino a smarrirsi, tra paurose ovvietà, personaggi per lo più vignettistici e una regia sciatta ben oltre i limiti del televisivo. Sicuramente onesto, talmente disarmato e disarmante da non poterne parlare davvero male: ma di sicuro non se ne può parlare bene. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Una scomoda verità |
Azzurro Scipioni |
21:00 |
Un film di Davis Guggenheim, con: Al Gore, Billy West
Un'opera che va vista perché riguarda tutti Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLa condizione del pianeta e i rischi che corre a causa dei gas serra è la scomoda verità che Al Gore si è impegnato a diffondere di persona attraverso un tour che si è esteso ai quattro angoli della terra avviato dopo aver perso (momentaneamente) la corsa alla Casa Bianca. Conscio di andare incontro allo scetticismo delle persone ma forte delle sue ricerche nel campo e di vent'anni di esperienza (già nel 1992 aveva pubblicato il libro Earth in the Balance: Ecology and the Human Spirit sul quale si basa la sua attuale "predicazione") Gore espone una serie di dati scientifici inattaccabili, tabulati, previsioni sul nostro prossimo futuro e risposte alla domanda su come affrontare il riscaldamento globale del pianeta. Il ritratto è sconfortante e per questo "scomodo"; scomodo per i governi, che al momento fanno finta di non sentire/vedere/sapere e scomodo per le persone che pensano non ci siano limiti allo sviluppo. In questo clima di scetticismo calcolato, Al Gore appare come un moderno Noè senza arca. Una scomoda verità non è un film da vedere sgranocchiando pop corn, sconfina addirittura dal documentario; è un cine notiziario realistico quanto agghiacciante. Girato da Davis Guggenheim (regista di alcuni episodi delle serie tv NYPD Blue e E.R. e del lungometraggio Gossip) e ispirato presumibilmente ai film di Michael Moore, Una scomoda verità è una di quelle opere che vanno viste perché riguarda tutti, nessuno escluso. Se proprio dovessimo trovare delle falle, potremmo al limite criticare la scelta di inserire argomenti privati che dipingono l'"ex futuro presidente degli Stati Uniti" come un uomo senza pecche, dedito alla famiglia e alle sorti della terra. Al di là di questo, va apprezzato lo sforzo e la passione nel cercare a tutti i costi di portare l'attenzione pubblica sul dramma che ci attende se non interveniamo immediatamente. Siete pronti a conoscere la verità? Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| La Principessa e il Ranocchio |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo |
14:30 |
Un film di Ron Clements, con: Oprah Winfrey, John Goodman, Keith David, Jim Cummings, Jenifer Lewis, Anika Noni Rose, Bruno Campos, Ritchie Montgomery, Jennifer Cody, Michael-Leon Wooley, Peter Bartlett, Terrence Howard, Angela Bassett, Kwesi Boakye, Elizabeth M. Dampier, Breanna Brooks, Michael Colyar, Jerry Kernion
La Disney si rinnova guardando al passato in chiave jazz Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNew Orleans, età del jazz. Tiana lavora sodo e senza sosta per accumulare il denaro che servirà a realizzare il sogno che lei e il padre formularono quando era bambina: un ristorante, con ottimo cibo e ottima musica. Intanto il principe reale Naveen sbarca in Lousiana e le ragazze della città impazziscono per vederlo, ma lui si lascia presto abbindolare dal malvagio Facilier, dedito alle arti oscure, e finisce trasformato in un ranocchio. Scambiando la bella Tiana per una principessa, nel corso di una festa da ballo, implora da lei il bacio che, secondo le favole, lo farà tornare umano ma accade l'imprevisto ed è Tiana a trasformarsi a sua volta in una graziosissima, viscida ranocchia. Per poter donare la felicità agli altri, attraverso il piacere del cibo, Tiana dovrà prima conoscere la felicità per sé, attraverso l'amore, e capire che un sogno non è pienamente bello se non è condiviso Ad un certo punto il principe dovrà cioè prendere il posto di suo padre, così vuole la fiaba e la vita. Ci sono mondi, però, dove l'incontro tra la sguattera e il signorino non ha chances e mondi dove tutto è possibile, che i coccodrilli suonino la tromba, che un'allegra vecchietta del Bayou si diletti di voodoo a 197 anni, che una lucciola corteggi una stella e che la cameriera e il principe si ritrovino accumunati per avventuroso e sentimentale destino. Al quarantanovesimo film, la Disney si rinnova guardando al passato, tornando al disegno fatto a mano, ai fratelli Grimm, ad un'ambientazione in parte metropolitana, abitata da esseri umani, e in parte più fiabesca, immersa nella natura, in quel regno animale che da sempre ha qualcosa da insegnare al primo, in termini di verità, di libertà, di collaborazione. O improvvisazione collettiva, per dirla in chiave jazz. Come nella fiaba di partenza, che qui dà esclusivamente il la, il viaggio nel regno animale è un momento necessario e circoscritto, prima dell'ingresso nel mondo adulto, ma la scelta di ambientare il lungometraggio a New Orleans, sotto questa luce, non risponde solo ad un banale criterio di diversificazione ed esotismo, ma anche all'individuazione di un luogo dove tradizione e innovazione vanno a braccetto e dove la festa che viene presa maggiormente sul serio è la follia del carnevale. Peccato, allora, che i realizzatori de La principessa e il ranocchio non si siano abbandonati ad un po' di euforia in eccesso: il film, già semplicemente ma pienamente risolto sul piano narrativo, ne avrebbe guadagnato ulteriormente. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Madri |
Azzurro Scipioni |
19:30 |
Un film di Barbara Cupisti, con:
Un documentario drammatico ma intriso di speranza, sull'argomento più tragico che possa esistere Il dolore di una madre per la perdita di un figlio è il più straziante. Ed è quello che Barbara Cupisti sceglie di raccontare nel documentario Madri, drammatico e commovente road movie girato tra Israele e Palestina, un viaggio tra le testimonianze di alcune donne israeliane e palestinesi che hanno vissuto questo dramma. Alle loro parole e ai loro volti è affidato infatti tutto il film, un documentario molto parlato, raccontato, arricchito da strazianti filmati di repertorio superati in intensità dai tragici racconti di queste madri, tutte molto diverse tra loro per estrazione sociale, religione e stile di vita. C'è la donna di fede che si affida alla religione per superare la perdita, c'è la scultrice che riversa il suo dolore nell'arte, c'è chi resta intrappolata nella disperazione e nel silenzio di camerette tragicamente vuote, e ci sono infine le associazioni di genitori di vittime palestinesi e israeliane che cercano di reagire attraverso il confronto. Da tutte queste donne, più o meno disperate di fronte all'obiettivo, traspare però un desiderio di pace. Pur stando continuamente addosso a queste madri, l'approccio della regista al suo oggetto d'indagine non è mai aggressivo, ma sempre delicato, umano e rispettoso. Proprio quest'atteggiamento ha permesso una naturale gestazione dell'opera, girata dalla Cupisti con discrezione (è stata accompagnata nel suo viaggio soltanto da un'organizzatrice) e interamente in digitale, un mezzo oltre che economico assai meno invasivo. Notevole anche il lavoro di montaggio di Francesca Mor, soprattutto nel momento in cui, con tensione e intensità racconta uno stesso dramma alternando i racconti delle madri di due ragazze morte durante un attentato in una pizzeria di Gerusalemme, passando poi con disinvoltura alla madre del kamikaze autore della stessa strage. Un documentario drammatico ma intriso di speranza, sull'argomento più tragico che possa esistere. Necessario. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il prossimo tuo |
Filmstudio |
21:00 |
Un film di Anne Riitta Ciccone, con: Jean-Hugues Anglade, Maya Sansa, Laura Malmivaara, Sulevi Peltola, Massimo Poggio, Matti Ristinen, Romina Hadzovic, Ivan Franeck, Samuel Cahu, Aylin Prandi, Lena Reichmuth, Dijana Pavlovic, Diane Fleri, Anis Gharbi
Film ambizioso e dal respiro continentale che non convince del tutto Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariTre storie che si intrecciano con i fili invisibili dell’animo o semplicemente attraverso un quadro che cambia città. Il giornalista francese traumatizzato da un attentato in Iraq; la pittrice italiana che insegna arte all’adolescente figlia di immigrati; l'hostess finlandese che deve superare una ferita interiore. Tutti con un trauma o una paura: quella del prossimo, del vicino di casa, delle persone incontrate in metropolitana o del diverso. Poi ci sono gli ostacoli emotivi che spingono a tenere lontani gli altri come un tuffo che non riesce o la ricerca della pornografia su internet. La cifra stilistica de Il prossimo tuo di Anne Riitte Ciccone è fortemente europea. Le tre storie si muovono nei giorni successivi all'attentato di Madrid e si svolgono tra Parigi, Helsinki e Roma. Le coscienze sono scosse, le strade sono percorse da paura e la diffidenza versi i diversi è normalità ma i protagonisti vivono traumi e problemi emotivi assolutamente personali, il terrorismo e la politica sono solo sullo sfondo. Sebbene lo spirito da “Il cielo sopra l’Europa” sia suggestivo e lo stimolo a fare un “Babel” del Vecchio Continente interessante, il film ha alcuni limiti. La sceneggiatura è ovvia e priva di originalità: lo stupro, il divorzio dei genitori o la morte di uno di essi, sono tutte sollecitazioni dei personaggi molto derivative dal film di Inarritu. Insomma, indubbiamente non sono temi di primo pelo. Anche la regia, sebbene precisa, elegante ed essenziale, manca di spinta e originalità. Infatti, alcune scelte stilistiche e visive sono un po’ scontate: i panorami ghiacciati che rispecchiano quelli dell’animo dei personaggi, specchi e quadri che li rincorrrono cercando di raccontare qualcosa della loro vita. Tutto già visto, tutto già sperimentato su celluloide. Insomma delle scelte scolastiche ed ingenue che non riescono a trovare la giusta magia. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'uomo fiammifero |
Nuovo Cinema Aquila |
17:00 18:30 |
Un film di Marco Chiarini, con: Francesco Pannofino, Marco Leonzi, Greta Castagna, Davide Curioso, Tania Innamorati, Matteo Lupi
Verso un regno fantastico Simone, un bambino di dieci anni, è costretto a starsene un’intera estate in casa, sotto l’occhio un po’ feroce del padre. Fuori: il dolce vento dell’avventura. Dentro: la noia più tetra. Finchè dalla città arriva in paese Lorenza, tredici anni, mistero di occhi verdi. Allora per Simone diventa una questione di vita o di morte evadere da casa e scappare con Lorenza nel suo regno fantastico. Lì tra amici immaginari che parlano al contrario, vivono al buio sotto il suo letto e giganti nani i due andranno alla ricerca del re di quel serraglio incantato: l’Uomo Fiammifero. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Codice Genesi |
Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema Warner Village Moderno - The Space Cinema Cinestar Cassia Starplex UGC Ciné Cité Parco Leonardo Planet Multicinema UGC Ciné Cité Porta di Roma Adriano Vis Pathè Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema |
21:10 16:35 16:30 18:30 21:00 18:30 15:00 17:30 20:00 22:30 16:00 14:40 17:20 19:50 22:20 15:00 17:30 20:30 22:50 17:15 19:45 22:10 17:20 20:00 22:40 |
Un film di Albert Hughes, Allen Hughes, con: Denzel Washington, Gary Oldman, Mila Kunis, Ray Stevenson, Jennifer Beals, Frances de la Tour, Michael Gambon, Tom Waits, Lateef Crowder, Malcolm McDowell, Chris Browning, Evan Jones, Joe Pingue, Lora Cunningham, Scott Michael Morgan, Don Tai, Luis Bordonada, Richard Cetrone, Keith Davis
Il ritorno dei fratelli Hughes sul grande schermo con un film post-apocalisse complesso e citazionista Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene: Carnegie il despota di una precaria città di ladri e killer. Ma la figlia adottiva di Carnegie, Solara è affascinata da Eli per un altro motivo, la visione che lui offre di qualcosa che può esistere oltre i confini del territorio dominato dal patrigno. Non è un film facile Codice: Genesi (titolo banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario The Book of Eli. Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post catastrofe' così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita. In cui si inserisce immediatamente la figura del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la forza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli non precisamente conviviali) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore. Codice: Genesi non è un film facile anche perché adotta stili narrativi diversi. Alla scene di azione si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato. C'è poi un versante citazionista che potrà dare fastidio ad alcuni e invece sollecitare la memoria cinefila di altri. Partendo da Interceptor per arrivare a Fahrenheit 451 innumerevoli sono le citazioni (od omaggi se preferite) che costellano il film. Che i fratelli Hughes (lontani dal grande schermo dal 2001 con From Hell) costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere Il Libro di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| La valigia sul letto |
Planet Multicinema Andromeda Adriano UGC Ciné Cité Parco Leonardo Atlantic Multiplex La Galleria Lux Multiscreen Galaxy Cineland Warner Village Parco De' Medici - The Space Cinema |
18:20 20:30 22:40 16:00 18:20 20:30 22:40 15:20 17:40 20:30 22:50 15:35 17:55 20:15 22:35 15:30 17:50 20:10 16:30 18:30 16:00 20:30 16:00 18:10 16:00 18:15 20:20 22:30 14:55 17:25 19:55 22:25 |
Un film di Eduardo Tartaglia, con: Eduardo Tartaglia, Veronica Mazza, Biagio Izzo, Maurizio Casagrande, Nunzia Schiano, Alena Seredova, Marjo Berasategui, Ernesto Mahieux, Peppe Miale, Francesco Procopio, Giuseppe Miale, Gianni Parisi, Stefano Sarcinelli
Teatro filmato, che omaggia Totò e strappa la risata Achille Lo Chiummo e la sua amata Brigida hanno avuto lo sfratto e come nuova dimora non hanno trovato di meglio che un cantiere della metropolitana. Come se non bastasse lei è costretta a travestirsi da polpetta per pubblicizzare la carne di un negozio e lui perde nel giro di un giorno, dopo anni, il lavoro all'anagrafe, per di più senza essere mai stato assunto. Come sfuggire ad un'esistenza tanto misera? Alterando dei vecchi documenti, cancellando una lettera dal cognome del nonno e ritrovandosi di colpo parente del boss pentito Antimo Lo Ciummo. Un piano apparentemente perfetto, se si eccettuano gli imprevisti che la convivenza con uno spietato camorrista sotto il programma di protezione testimoni può portare con sé. Terza fatica cinematografica di Eduardo Tartaglia, La valigia sul letto allarga il cast a nomi vicini (Casagrande, Mahieux) e lontani (Seredova) e amplia la distribuzione fuori dal territorio campano, forte di una scrittura a strati, che sotto gli abiti leggeri della gag verbale (“nell'intimo puoi chiamarmi Antimo”) e dell'allegra confusione partenopea di toni e caratteri, non si fa mancare il cappotto e l'impermeabile, vale a dire un copione narrativamente più che strutturato e autonomo e un gruppo di attori capaci, dai tempi comici rodati. E il cinema? Ebbene, a questo giro va senza dubbio riconosciuta a Tartaglia una confidenza in più con la macchina da presa, che gli permette talvolta l'exploit ludico (le sequenze da poliziottesco; Brigida che si cambia nome in Sophia e cita la Cruz di Volver; “la cagna” di Nunzia Schiano) e tal'altra l'omaggio intelligente, perché non c'è dubbio che dentro questa valigia, come portafortuna per il viaggio, ci sia il Totò cerca casa di Steno e Monicelli. Là come qui, tra aule scolastiche e cimiteri e il Colosseo soppiantato da un altro tempio, il centro commerciale, si affrontano i temi sociali più drammatici nascondendoli senza sforzo sotto la farsa. Ed è proprio nella sequenza dell'“A livella”, quando il trio Tartaglia Casagrandre Izzo, complice il contesto sepolcrale, si lancia nell'interpretazione della poesia di Totò, che i personaggi scritti si dimenticano un attimo dei loro compiti ed emerge, insopprimibile e più autentica del resto, la passione per l'improvvisazione, per il teatrino. Nella finzione, l'ispettore di polizia si tormenta chiedendosi come credono i Lo Ciummo di riuscire a mantenere l'incognito continuando a fare “'ste recite di carnevale”, ma fuor di finzione la conclusione non è dissimile: per quanto più attento alla verità dei luoghi e più sciolto e divertito nella tecnica di ripresa, il cinema di Tartaglia resta teatro filmato. Teatro esperto e strappa risate, con un numero da applauso la faida tra la sorella di Achille e la sua compagna e qualche coriandolo e stella filante di troppo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il concerto |
King Greenwich Alhambra Tibur Quattro Fontane Giulio Cesare |
17:15 20:10 22:30 16:00 18:15 20:30 22:40 16:00 18:10 20:20 22:30 18:00 20:20 22:40 16:15 18:20 20:25 22:30 15:45 18:00 20:15 22:30 |
Un film di Radu Mihaileanu, con: Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Valeriy Barinov, Vasile Albinet, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Mélanie Laurent
Un concerto per raccontare la Storia e accordare passato e presente Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAndreï Filipov è un direttore d'orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent'anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l'orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell'invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie. Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato. Con Train de vie Radu Mihaileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un'aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità. È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant'anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell'onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l'accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent'anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l'occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo. Come Gorbaciov, Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell'epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l'Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un'anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l'arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l'impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male. Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un'amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un'irrinunciabile unità emozionale. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il figlio più piccolo |
Eurcine Multisala Palma |
16:15 18:20 20:25 22:30 19:30 21:30 |
Un film di Pupi Avati, con: Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Sydne Rome, Nicola Nocella, Manuela Morabito, Fabio Ferrari, Marcello Maietta, Massimo Bonetti, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Pino Quartullo, Nico Toffoli, Pino Calabrese, Gianluca Cammisa, Enzo Ghinazzi, Fabrizio Imas, Gisella Marengo, Matilde Matteucci, Omar Pedrini, Massimiliano Varrese, Alessandra Acciai
Avati apre il suo sguardo e il suo spirito critico verso la decadenza dei nostri costumi Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLuciano Baietti è un piccolo imprenditore scaltro e ambizioso che nel giorno stesso in cui sposa la donna da cui ha avuto due figli, scompare assieme a un eccentrico contabile appena uscito da seminario, portando con sé la proprietà di tutti i beni immobili. Diciotto anni dopo è dirigente della Baietti Enterprise, una delle più importanti società immobiliari del paese, nonché capo di un impero economico costruito su raccomandazioni, ricatti, società fantasma e connivenze politiche. Alla vigilia delle seconde nozze con una ricca romana politicamente in vista, Baietti richiama la prima moglie, che nel frattempo non ha mai smesso di amarlo, e il figlio più piccolo, Baldo, studente dams innamorato di film splatter, per invitarlo ad essere testimone di nozze e nuovo dirigente del suo impero d'affari. Nonostante l'età, Pupi Avati resta sempre il più fanciullesco, "il figlio più piccolo" nella famiglia degli autori italiani: il più eclettico, il più prolifico, il più sognatore, quello che pare procedere con passo incerto ma spedito, con l'atteggiamento più introverso e col carattere più pacifico. Fra i colleghi della sua generazione, l'unico a non essersi mai realmente interessato a perseguire un progetto di cinema “politico” anche nel momento in cui tutti, non solo Bellocchio e Bertolucci, sposavano la passione artistica con il fermento politico. Partito con horror e commedie grottesche, col tempo il suo sguardo si è rivolto sempre più spesso alla storia e al reale, ma sempre mantenendo un filtro che ne facesse percepire una distanza, di volta in volta nostalgica, onirica, sommessa, inibita. Il mistero sulla sua agilità giovanile si mantiene anche al suo quarantesimo film. Quel che trova invece conferma, dopo Il papà di Giovanna, è un certo imbarazzo a farsi cantore di storie che vadano oltre l'operetta morale o il romanzo di formazione, quasi che la qualità del suo cinema volesse restare sempre media o “minore” per determinazione. Nello scontro, per la prima volta cercato e trovato, con la decadenza dei nostri costumi, il principio che Avati mette in gioco è radicale ma interessante: l'Italia si riduce ad un contrasto fra furbetti del quartierino e Candidi sognatori, fra chi ha fatto sì che corruzione, volgarità e impunità diventassero i soli valori e chi ha lasciato passivamente che ciò accadesse, per quieto vivere o perché incapace di comprendere i mutamenti in atto. Ma l'inedito spirito militante e la capacità critica costituiscono solo la tesi, alla quale il regista bolognese pare aderire più per pietà che per rabbia verso i suoi “furbetti”, e più con patetica tenerezza che con l'intenzione di scuotere le coscienze dei più ingenui. Non c'è assolutamente niente di sbagliato nel desiderio di salvare dalla vis polemica l'umanità dei suoi personaggi, ma trasformare tutti i comprimari in caratteristi eccentrici e i protagonisti in ometti patetici, serve solo ad edulcorare la forza della sua tesi. Dallo “squalo” della finanza ipocondriaco in sandali da frate Zingaretti alla cantante hippie e polemica Morante, dalla nuova moglie, volgare borghesuccia romana che combatte la partitocrazia della politica con una squadra di tronisti palestrati, fino ai due “piccoli” protagonisti del film, l'imprenditore miserabile De Sica e lo studente sovrappeso Nocella, sono tutti elementi che, presi singolarmente, confermano la bravura di Avati come scrittore inventivo e come “regista di attori”. Ma la realtà attuale italiana rivela una mentalità già da sé così piccola nel suo esibizionismo esasperato, che uno sguardo circoscritto, troppo spesso pacifico e bonario, non incide né su di essa, né tanto meno sulla possibilità di trarre da essa un grande racconto. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Scusa ma ti voglio sposare |
UGC Ciné Cité Parco Leonardo |
14:50 19:45 |
Un film di Federico Moccia, con: Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Luca Angeletti, Francesca Antonelli, Francesco Apolloni, Michelle Carpente, Beatrice Valente Covino, Cecilia Dazzi, Francesca Ferrazzo, Rossella Infanti, Cristiano Lucarelli, Ignazio Oliva, Pino Quartullo, Andrea Montovoli, Francesco Arca, Kiara Tomaselli, Michela Carpente, Beatrice Valente, Chiara Tomaselli, Lara Basso, Maria Rita Fenzato
Il film alza lo sguardo dal mondo dei diari scolastici e si rivolge a quello dei quarantenni Consigliato: Assolutamente No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNiki e Alex stanno felicemente insieme nonostante la differenza d'età; lei frequenta l'università, lui è un pubblicitario di successo. Mentre i suoi amici disintegrano la loro vita amorosa col tradimento o con l'indifferenza, Alex si convince a chiedere Niki in sposa, durante un weekend a Parigi. Entusiasta, la ragazza finisce però nelle grinfie delle future cognate, che le rubano i preparativi. Delusa e stressata, Niki lascia Alex e va in vacanza ad Ibiza con Guido, un coetaneo che la corteggia. Anche sorvolando alla massima velocità sul deserto del plot, in Scusa ma ti voglio sposare, scritto e diretto da Federico Moccia sull'onda del successo di Scusa ma ti chiamo amore, resta comunque arduo scorgere un'oasi dove trovar conforto all'arsura. Appurato che Raul Bova può fare la commedia romantica, manca ancora all'appello il secondo termine dell'affermazione: un copione, un'idea, un sentimento. Il sequel alza lo sguardo dal mondo dei diari scolastici su quello dei quarantenni per i quali il bello del matrimonio è condividere un brodino caldo e un bel film e non c'è miglior regalo di compleanno o di Natale di una prostituta di colore; dove le ragazze hanno lingue che sembrano “sciarpette de Fendi”, i libri di poesia non hanno un titolo e o si trasgredisce o si è delle mummie, o il punk o il clavicembalo. Certo Niki e Alex sono pensati per fare la differenza, camaleonti in grado di non sfigurare in nessun dove, di colorarsi di (finta) eleganza nel castello dei genitori di lui, di cuore sole amore sulla spiaggia e soprattutto di nulla, a contatto col nulla. Eppure sono proprio loro gli alfieri del vero cattivo gusto del film, quelli che sfuggono all'alibi dell'esagerazione o della semplificazione richieste dalla commedia, e ci stordiscono con un video amatoriale da Parigi che è un'arma di distruzione di massa. Per scelta o per forza di cose, l'uso che Moccia fa del linguaggio audiovisivo è prescolare: quando si vede un cane parte la canzone del cane, quando lei dice “è finita” la colonna sonora ripete “è finita…”, quando piove la musica intona “piove…”; e la sofisticheria è quella di affidare la battuta che dà il titolo al film ad una scritta al neon. È quasi un'autodenuncia di impronunciabilità, così come sono dei boomerang i mille momenti in cui i personaggi sbottano in un “che palle!”. Fungono da cinture di sicurezza, che attutiscono l'impatto, i bravi Cecilia Dazzi e Pino Quartullo e la bella Beatrice Valente Covino nei panni di Olly, una delle amiche della protagonista la cui storia è esilissima ma almeno non è quella di una ragazzina incinta. Quella tocca all'altra amica. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Crazy Heart |
Fiamma Multisala |
16:15 18:20 20:25 22:30 |
Un film di Scott Cooper, con: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Chad Brummett, Tom Bower, Beth Grant, Annie Corley, James Keane, Anna Felix, Paul Herman
Cinema di luoghi più che di volti, tutti troppo puliti, ma per fortuna c'è Jeff Ne ha viste di cose nella sua vita Bad Blake, cantante country dal passato illustre e il presente affumicato da sigarette e annegato negli alcolici scadenti dei locali di provincia dove si esibisce per pochi spiccioli. Ha visto 4 matrimoni, un pupillo che suonava nella sua band e ora è ricco e famoso ma al quale non intende aprire i concerti, infiniti paesaggi delle praterie texane e un numero impressionante di motel. A 56 anni suonatissimi la sua vita potrebbe finire da un momento all'altro, se non lo stronca prima la salute saranno i debiti, e a lui del resto non sembra importare molto. Almeno finchè non incontra Jean e Buddy. Il country è una musica fatta da pochi accordi che si ripetono, nella quale non conta molto l'originalità dell'armonia quanto le parole e l'interpretazione. Come per i bluesman, un buon cantante country ha vissuto e quella vita finisce nelle canzoni. Non siamo quindi lontani da un certo modo di fare cinema ad Hollywood, dove su schemi e dinamiche che si ripetono uguali a se stessi di film in film spesso si innestano interpretazioni o variazioni in grado di fare la differenza. Così è anche per Crazy heart, modellato sul tipico racconto di caduta e ascesa in accordo al mito della seconda occasione (come avevamo già visto recentemente in The Wrestler), che pur non variando molto da quello che ci si aspetta sa incastrare il racconto di un uomo votato all'autodistruzione in un discorso più grande sulla cultura popolare americana vista attraverso la sua musica. E lo fa attraverso l'impegno e la dedizione al lavoro di un Jeff Bridges bravissimo, come sempre è, ma stavolta più in evidenza del solito. Vedere un film del genere senza conoscere la cultura country, senza comprendere le parole delle canzoni cantate e con un doppiaggio che annulla tutto il lavoro di cesello fatto sulle inflessioni dialettali è una vera violenza nei confronti di un'opera che su questo punta per dare autenticità alla parabola di uno sfasciato tutto americano, un cantante "che fu grande" e che ora va avanti a sigarette e alcohol. Se infatti Bridges ha una faccia convincente e autentica per il proprio personaggio, intorno a sè ha un cast di attori di primo piano, facce pulite da Hollywood che stonano addosso a personaggi volgari di provincia e che non aiutano a sporcare di autentica polvere desertica questa storia scaldacuore. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Revanche - Ti ucciderò |
Intrastevere |
15:45 18:00 20:15 22:30 |
Un film di Götz Spielmann, con: Johannes Krisch, Ursula Strauss, Andreas Lust, Irina Potapenko, Johannes Thanheiser, Hanno Poschl, Magdalena Kropiunig, Toni Slama, Elisabetha Pejcinoska, Aniko Bärkanyi, Annamaria Haytö, Nicoletta Prokes, Rainer Gradischnig, Haris Bilajbegovic, Aleksander Reljic-Bohigas
Un poliziesco classico, ricco di colpi di scena, che indaga sul senso della vendetta e del peccato Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn città o si diventa arroganti o farabutti: con queste parole viene descritto Alex a pochi minuti dall'inizio il quale, occorre dirlo, di certo stando a Vienna non è diventato arrogante. Uscito di galera qualche tempo prima dell'inizio del racconto, ora fa l'autista per il padrone di un bordello e ha commesso il terribile errore di innamorarsi, ricambiato, della prostituta più richiesta. Insieme meditano la fuga per la quale gli occorrono però parecchi soldi, lei infatti è seriamente indebitata. C'è solo un modo per Alex di procurarsi quella cifra e in fretta: una rapina ben fatta. Purtroppo un piccolo ingranaggio del meccanismo non va per il verso giusto influendo sulla fuga dei due amanti dalla città e dando alla storia una seconda parte radicalmente diversa. Nel passaggio da città a campagna (dove il dolore si rimugina tagliando la legna e ha la forma della gigantesca catasta di ciocchi che ne risulta), il silenzio della seconda si contrappone al caos della prima e il noir diventa una dramma a due: la lentissima caccia che l'autoproclamato giustiziere dà al colpevole, suo ignaro vicino di cascina. Prostitute, malviventi e poliziotti in cerca di redenzione. Non occorre essere americani per girare degli ottimi noir e non occorre copiarli per riuscire a farlo in Europa. Revanche è al tempo stesso un poliziesco classico, in cui si racconta di malviventi e prostitute in fuga da una vita in cui è impossibile amare grazie ad un ultimo crimine, e un film di vendetta che inizia là dove il poliziesco solitamente termina. Il regista Götz Spielmann (poco noto da noi ma pieno di premi sui suoi scaffali) non si diverte per nulla a mettere nelle mani di un uomo violento e già condannato la possibilità di farsi giustizia da solo senza che nessuno lo scopra, anzi in ogni momento è attento a mettere in evidenza le contraddizioni insite in un simile atto viscerale con il timore di chi crede che in ogni uomo (compreso se stesso) ci sia un potenziale assassino. Non si fanno sconti a nessuno, i protagonisti hanno tutti uno o più peccati da confessare e sulla necessità della loro espiazione si fonda il senso stesso del racconto. L'unica etica che fa capolino (ognuno vedrà poi se concordare con essa o meno) è quella dei molti simboli cristiani che incombono sui peccati cittadini da scontare in campagna e delle bibliche opposizioni logiche (peccato/pena, colpevole/giustiziere, città/campagna, nascita/morte e via dicendo). Revanche è un film che indaga il senso della vendetta e la responsabilità delle nostre azioni utilizzando personaggi e situazioni estreme, un'opera in grado di sorprendere in ogni momento contando su una quantità impressionante di colpi di scena, ognuno dei quali ha ragione d'esistere per come mescola nuovamente le carte smontando le certezze dello spettatore al quale, al pari del protagonista, non resta che chiedersi quale sia il fine ultimo delle nostre azioni e fino a dove arrivi la nostra responsabilità su di esse. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'amante inglese |
Alcazar Eden Fiamma Multisala |
16:30 18:30 20:30 22:30 15:50 17:30 19:15 21:00 22:40 16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Catherine Corsini, con: Kristin Scott Thomas, Sergi López, Yvan Attal, Bernard Blancan, Aladin Reibel, Alexandre Vidal, Gèrard Lartigau, Geneviève Casile, Philippe Laudenbach, Daisy Broom, Berta Esquirol, Gerard Lartigau, Michèle Ernou, Jonathan Cohen, Hélène Babu, Sali Cervià
Una pellicola tesa e asciutta dalla cruda lucidità di sguardo Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUna villa nella Francia del Sud. Un medico, Samuel, e la moglie, Suzanne, che decide a quarant'anni di rimettersi al lavoro come fisioterapista. Mentre segue i lavori di costruzione del suo nuovo ambulatorio, conosce Ivan, un operaio di origine catalana, che è stato in prigione e vive di lavoretti precari. La passione tra i due è tale che Suzanne lascia tutto quel che ha per vivere con lui, ma il marito le dichiara guerra e la priva di ogni mezzo di sussistenza. L'amante inglese, traduzione impoverente dell'originale Partir, non enuncia nessun nuovo teorema sul triangolo marito moglie amante e non è citando a man bassa Truffaut, dal quale prende a prestito con successo la musica de La signora della porta accanto, o Flaubert (anche la sua Emma Bovary era moglie di un medico), che il film si alza magicamente dalla sua medietà. Non accade. Eppure è proprio nel rifiuto del costume melodrammatico e nella sua cruda lucidità di sguardo che la pellicola di Catherine Corsini trova un suo carattere. Non certo nella storia d'amore tra la signora e il proletario, ma nel modo in cui un vertice di questo triangolo, la casella del marito, viene portato in su fuori misura, abbandonando gli altri due a terra, letteralmente. La regista punta il dito contro la condizione sfavorita della donna, economicamente ricattabile e (ancora letteralmente) imprigionabile in un film privo di grandi sottotesti, evidentemente, diremmo quasi superfluo, se non fosse per una fattura tesa e asciutta, che scarta la noia, e per qualche interessante luce sinistra che emana dalla coppia Yvan Attal/Kristin Scott Thomas e permette, per esempio, la scena hitchockiana del marito che aiuta la donna che ha distrutto a bere, per rimettersi in piedi. Ma proprio perché lo scarto rispetto al meló da feuilleton è stato già effettuato, anche con la proposta di un'eroina che rifiuta di piangersi addosso, non si comprende fino in fondo la scelta di un finale improntato ad un revanscismo femminile che è brutta copia di quel maschilismo d'antan rappresentato da Samuel. Un gesto vano in partenza, che il finalissimo si premura di chiudere, di fermare di un'unica interpretazione possibile, nuovamente nell'ottica pessimistica dell'impossibilità e dell'equazione amore uguale follia uguale distruzione. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Donne senza uomini |
Intrastevere Mignon |
16:30 18:30 20:30 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Shirin Neshat, Shoja Azari, con: Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir
Storie di donne invisibili nell’Iran degli anni Cinquanta Tehran, 1953. Durante il conflitto per emancipare la Persia dalle potenze europee e ottenere la nazionalizzazione della Anglo Iranian Oil Company, quattro donne di diversa estrazione sociale cercano di sopravvivere ai loro destini tragici e determinati (da padri e fratelli). Munis è una giovane donna con un'appassionata coscienza politica che resiste all'isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l'uomo che ama, Fakhiri, sposata senza amore, lascia il marito e riaccende la fiamma di un sentimento trascorso, Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti. A un passo dalla democrazia, sfumata con un golpe militare organizzato dalla CIA, Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città per la terra, uno spazio prodigioso e bucolico dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma fuori dalle mura la Storia avanza, assediandone le vite e le speranze. Trasposizione (sur)realista e magica del romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini segna il debutto alla regia di Shirin Neshat, intensa e sensibile artista iraniana che ha scelto di vivere e lavorare in America. Il film presenta una costruzione circolare per cui tutto torna inevitabilmente allo stesso punto e nulla si modifica davvero. Il cerchio è creato dai vari segmenti narrativi: quattro donne, quattro storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste, agitate tanto e inutilmente per ritornare nel buio da dove venivano. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin si muovono in un cerchio limitato dagli uomini e la lunghezza del loro raggio d'azione è determinata dalla cultura iraniana. Soffocate in una struttura chiusa, perfetta e senza vita dalla crudeltà dello sguardo maschile, le donne senza uomini di Shirin Neshat sono private di ogni diritto e non hanno diritto alla felicità. Niente speranza e niente abbandono, è impossibile lasciarsi andare per chi è costretto a essere sempre vigile, prudente e misurato. Donne senza uomini è spasmodico nella ricerca formale che vorrebbe illustrare l'oppressione, renderla intollerabile, rimbalzarci contro e rialzarsi. Perdonati e perdonabili alcuni momenti di autocompiacimento, l'opera prima della Neshat apre e chiude lo sguardo su un mondo cristallizzato dove l'uomo occupa fisicamente e politicamente ogni spazio e dove le donne hanno solo gli sguardi per narrare le loro (non) vite. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Welcome |
Farnese |
10:30 |
Un film di Philippe Lioret, con: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Ataï, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart, Blandine Pélissier
Storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo che affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBilal, giovane curdo, ha lasciato il suo paese alla volta di Calais, dove sogna e spera di imbarcarsi per l'Inghilterra. Dall'altra parte della Manica lo attende un'adolescente che il padre ha promesso in sposa a un ricco cugino. Fallito il tentativo di salire clandestinamente su un traghetto, Bilal è deciso ad attraversare la Manica a nuoto. Recatosi presso una piscina comunale incontra Simon, un istruttore di nuoto di mezza età prossimo alla separazione dalla moglie, amata ancora enormemente e in segreto. Colpito dall'ostinazione e dal sentimento del ragazzo, Simon lo allenerà e lo incoraggerà a non cedere mai ai marosi della vita. A sua volta Bilal aprirà nel cuore infranto di Simon una breccia in cui accoglierlo. Ma il mondo fuori è avverso e inospitale e l'uomo dovrà sfidare le delazioni dei vicini di casa e la legge sull'immigrazione che condanna i cittadini troppo umani e “intraprendenti” col prossimo. Premiato dal pubblico a Berlino e campione di incassi in Francia, Welcome è un racconto morale che si interroga sul concetto di alterità e in cui è facile riconoscere i canoni dell'attualità. Polemizzando con la legge sull'immigrazione voluta da Sarkozy, che infligge sanzioni severe ai residenti colpevoli di cuore con la straniero, Philippe Lioret mette al centro del suo film l'Altro, un corpo estraneo da sfruttare o da espellere, senza una vera possibilità di integrazione. Come aveva già fatto con Tombés du ciel, film d'esordio del 1994, il regista francese riconferma la sua attenzione per la mercificazione delle vite nel complessivo processo di disumanizzazione dell'Europa contemporanea. Welcome, storia d'amore e di amicizia tra un uomo e un ragazzo, affronta con lirismo la realtà nelle sue manifestazioni più crude, disumane e inaccettabili. La sopraffazione del più debole è analoga a tutte le latitudini, compresa la democratica e “rivoluzionaria” Francia che “ospita” una teoria di convivenze rese difficili dai codici sociali e da paure ingiustificate. La coscienza collettiva è assente o rallentata da egoismi, bassezze e diffidenze, che sono l'humus in cui cresce e prospera l'intolleranza di una comunità verso una minoranza. Il coraggio del singolo, incarnato e interpretato da un intenso e dolente Vincent Lindon, sembra allora essere l'unica speranza contro la violenza delle istituzioni, raccontata non come attrito deflagrante ma come forza di inerzia, attraverso un logorio costante tra i personaggi. Nella livida immobilità di fondo entrano in contatto e dialogano un uomo e un ragazzo, suggerendo un movimento paterno dell'uno verso l'altro e diminuendo “a bracciate” le distanze tra le parti. Il punto di incontro tra Simon e Bilal è rappresentato dall'acqua, elemento primitivo che innesca autentiche dinamiche relazionali e allo stesso tempo attende e accoglie la risoluzione del dramma. Il giovane curdo, in cerca di una patria e di un amore, è per il francese l'annuncio di una possibilità, la possibilità di ogni essere umano di ritrovare se stesso e l'altro. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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Mine Vaganti
Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek. Al cinema dal 12 marzo
Alice In Wonderland
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo
Invictus - L'Invincibile, Al Cinema Dal 26 Febbraio
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico.
La Bocca Del Lupo
Una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre "nella bocca del lupo", al cinema da venerdì 19 febbraio